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Delirio stampato (e profumato di Gesù)

Ecco un altro articolo scritto nel 2013, quando lavoravo in rassegna stampa. Lo riesumo giusto giusto per voi.

Arrivo forse un poco in ritardo, ma venerdì 22/11/2013 l’informazione stampata ci ha donato alcune notizie direi memorabili.

Prima di mostrare queste perle è opportuno sapere che il venerdì è il grande giorno dei periodici settimanali. Il Venerdì di Repubblica, L’Espresso, Panorama (che ultimamente anticipa a giovedì), IL, Gentleman, Il Mondo, Famiglia Cristiana e chi più ne ha più ne metta.

Alcune di queste sono meno pecorecce di altre: mi viene in mente Il Mondo, ad esempio, che tratta quasi esclusivamente di economia e finanza (EDIT: ho scritto l’articolo nel 2013, qualche mese prima che la rivista sospendesse le pubblicazioni dopo 45 onorevolissimi anni nel febbraio del 2014 ). I contenuti non sono affatto male, se dimentichiamo il fatto che la stragrande maggioranza degli articoli sono firmati da Daniela Polizzi e Carlo Turchetti. La Polizzi è vicecaporedattore, il che mi lascia pensare tre cose:

a) Ha una squadra di ghost writers dietro che scrivono tutta la settimana
b) È la sola dotata di giorni con 36 ore, non dorme e ha trovato il modo di documentarsi e scrivere almeno 3 articoli al giorno (oltre alle incombenze da vicecaporedattrice)
c) Ha schiavizzato il povero Turchetti, che scrive tutto da solo.

A parte gli scherzi, moltissimi articoli della testata sono scritti da questo magico duo. Impressionante.

Insomma, stavo facendo la mia bella rassegnina quando sul Venerdì del 22/11, pagina 34, mi imbatto in questo incredibile articolo (dai toni fortemente sarcastici):

Il “profumo di Gesù” ultima trovata delle Pentecostali

Firmato da Gabriella Saba, l’articoletto ci racconta di come i pastori evangelici Sonia Hernandes e sua figlia Fernanda giurano di aver testato personalmente i prodotti del kit Divinessence con profumo di Gesù prima di lanciarli sul mercato brasiliano.

Poco più avanti la dichiarazione che ha creato ilarità all’interno dell’ufficio:

Abbiamo studiato a lungo per trovare la giusta miscela di ingredienti per produrre esattamente quell’aroma.

Sonia e Fernanda Hernandez

Fenomenale. Immagino nel laboratorio: “Aggiungi un po’ di essenza di fieno, aggiungi dello sperma d’asino e dello stallatico di bue. Come nota di testa voglio l’aroma di “Palestinese sudato in ciabatte”.

Et voilà, il profumo di Gesù (che invece temo sia tutt’altro dalla mistura da me descritta) è servito.

Vi invito a recuperare l’articolo e a leggerlo, è spassoso. La brava Gabriella Saba tiene il sarcasmo in ottimo equilibrio.

Vittorio Feltri, impegnato a dimostrarci che le arterie non si intasano. Mai.

Decisamente meno equilibrato, invece, è il sarcasmo dell’editoriale di Vittorio Feltri, su Il Giornale (sempre venerdì 22/11, prima pagina con proseguo all’interno) dal titolo “Noi pigri moriremo presto, ma non sudati“, dove il nostro emerito editorialista risponde al “terrorismo” lanciato da uno studio dell’OMS che sostiene che

L’assenza di esercizio fisico causa un milione e 900mila decessi all’anno al mondo senza contare oltre due milioni e mezzo di morti dovuti a sovrappeso e obesità.

OMS

Il meglio deve ancora venire, e il nostro Feltrone nazionale deve ancora carburare, cosa che fa dopo qualche riga. Cito:

All’Organizzazione mondiale della sanità vorrei chiedere in base a quali elementi si è stabilito che milioni di persone vanno al creatore perché non si affaticano in palestra, evitano di correre ( come invece fanno quei deficienti paonazzi e col fiatone che si incontrano ogni tre minuti sui marciapiedi delle città), non frequentano piscine (piene di umidità, dannosissima alla salute), preferendo il riposo e odiano specialmente i ciclisti amatoriali, cioè gli sportivi più irritanti che le tentano tutte per essere travolti dalle auto e purtroppo non ci riescono.

Vittorio Feltri

Non proseguo oltre, l’editoriale prosegue in maniera delirante, citando a casaccio Andreotti e la decomposizione che ci renderà tutti magri in qualsiasi caso.

Questa, signori miei, è l’informazione che si fa al Giornale. Davvero, andate a leggere l’articolo: ma d’altronde non sono certo da prendere sul serio. È risaputo che persone deficienti come me, che si trovano più volte a settimana paonazze e col fiatone, non hanno cognitività sufficiente per replicare a un tale esempio di grande giornalismo.

Grande Vittorio, sei tutti noi.

L’antica arte del cinghiale

1 commento

Una mia amica, pochi giorni fa, mi ha detto: “Guarda che il tuo blog era seguito proprio per il sarcasmo e gli strali che lanciavi”. Non sia mai detto che non ascolto la saggia voce di Ambra. Ho riesumato questo articolo solo per voi.

 

Antica perché di illustri cinghiali è piena la storia e io sono solo una setola sul culo del grande verro cosmico. Di quelli letterari poi, sono piene le pagine.

Condividi anche tu un Hank sbronzo con il suo gatto.

Fiumi di inchiostro per firmare una dichiarazione d’intenti nei confronti delle donne e dell’abuso del proprio corpo, come ben insegna il buon vecchio Bukowski.

Nel mio caso, trangugiare improbabili quantità d’alcol e lanciarmi in improbabili dissertazioni sul sesso e sull’esistenza ha forse a che fare con l’essere veneto e con un mal di schiena che ogni poco si presenta alla mia porta come una ex-moglie sfaccendata in cerca di alimenti.

Ci siamo divertiti, io e la mia schiena, ma ora apre le gambe solo per divertirsi alle mie spalle. LETTERALMENTE.

Dico questo da sdraiato sotto una pineta in Grecia, fatto di valium e cortisone per tenere a bada il dolore, mentre una delle ragazze della piazzola a fianco è piegata a novanta gradi per raccogliere qualcosa da terra.

Il dubbio che non ci fosse altro motivo per farlo se non per mostrarmi le terga come una gatta in calore, c’è.

Mi perdo qualche minuto – forse qualcosa di più – a fissare questo monumento al culo.

Che siano le benzodiazepine o solo una fervida immaginazione poco importa, vengo catapultato in una delle mie fantasie preferite, quella dove immagino animali al posto delle persone.

Sedute sull’autobus, in fila alla cassa, al supermercato. Sul vialetto passano tre cerbiattine, una specie di bue si gira a guardarle interessato. Piccoli lemuri fastidiosi su biciclettine minuscole – non più di sei anni umani – si aggirano in gruppo, pronte a lanciare la loro cacca addosso alle persone, sicuri che i caratteri neotenici possano garantire loro una certa incolumità. In spiaggia poi è la fiera della biodiversità, tra ratti, cani, manguste, uccellacci e forme di vita più o meno evolute.

Tempo fa – molto tempo fa – dividevo il mondo in predati e predatori e immaginavo le persone come cerbiatti, cervi e antilopi aggirarsi in mezzo a lupi, leoni e altre fiere.

Una delusione tipicamente adolescenziale, spinta dalla necessità di ridurre la realtà a qualcosa di più gestibile, in un manicheismo privo di spazio per qualsiasi ombra o sfumatura di grigio. Solo nero e bianco, luce o buio.

Il tempo ha preso a calci me e la mia integrità, mi ha lavorato ai fianchi come un celerino ammorbidirebbe una zecca da centro sociale a colpi di manganello, giusto per rendere la carne un po’ più tenera e frolla, e mi ha fatto capire una cosa: l’intuizione sull’animalità, sulla presenza di uno spirito guida per ognuno di noi, era corretta nella sua essenza, ma andava rivista. Profondamente.

Non si tratta di una cosa da fricchettoni con i capelli lunghi. L’identificazione con qualcosa che incarni le caratteristiche che riteniamo di possedere è qualcosa di fin troppo umano.

È alla base della pletora di tatuaggi che rappresentano scorpioni, draghi, leoni, falchi, lupi e via dicendo, e questo solo per citare la parte maschile, altrimenti dovremmo aggiungere delfini, fenici, unicorni e fate, in un caravanserraglio di desideri inespressi e tentativi più o meno riusciti di erotizzazione o sensualizzazione, buttandola in culo a Lombroso che – più o meno un secolo e mezzo fa, ne L’uomo delinquente, Milano, Hoepli, 1876 – perdeva tempo a classificare non senza una certa ossessione i tatuaggi di centinaia di marinai, soldati e puttane (tutta gente più interessante della maranza modaiola di oggi) e a classificare ben otto motivi per cui tatuarsi.

Mai nessuno che decida di tatuarsi una cazzo di pantegana o una zanzara. O una cozza. Già, perché quelle caratteristiche che tanto piacciono ai più sono impersonate da pochi, mentre molte sono le persone che dovrebbero riconoscersi in un animale guida scelto tra le forme di vita più vili.

Conosco persone il cui spirito totemico potrebbe essere tuttalpiù un parassita protozoo, per non parlare di tutti coloro che dovrebbero essere derubricati – tanto per citare il sergente Hartman – a pezzi informi di materia organica anfibia comunemente detta “merda”.

Il teatrino di solito è il seguente:

Va là, che bel tatuaggio. Un lupo che ringhia e ulula alla luna. Immagino ti rappresenti. Suppongo ti piaccia Hesse.

Si intuisce un piccolo cortocircuito dietro agli occhi porcini del povero malcapitato, impegnato a decifrare un sarcasmo che non comprende a pieno. Il dilemma è risolto in fretta con una risposta caparbia.

Eh sì, risponde, perché sono uno spirito libero, viaggio da solo fino a che non troverò la mia compagna. Intanto mi diverto.

Nella mia testa si compone l’immagine di un parassita intestinale, cresciuto dentro a un maiale e tutto impegnato ad ammorbare le funzioni intestinali altrui, altro che lupo.

Vorrei dirgli Fai cagare! giusto per rimanere in tema viscere, ma lascio perdere perché non ho davvero bisogno di un’altra querela.

Dovremmo trovare una misura più ragionevole per l’ego. Il punto è che tutti vorremmo essere qualcosa d’altro, di più nobile e bello. Più forti, più coraggiosi, più affascinanti. Più NON NOI.

Darò il buon esempio. Fanculo a gatti e compagnia cantante, il mio animale guida è il cinghiale. Di quelli italiani, piccoli e rompicoglioni, buoni solo a fare danno. Grufola, il cinghiale, rovista tra le foglie e rovina il raccolto del povero contadino perché a lui non frega un cazzo di niente che non sia mangiare, accoppiarsi e rotolare nel fango. E non è questa la logica della vita? Lo è, almeno fino a quando non farà incazzare il contadino sbagliato. E allora, nonostante la sua natura scorretta e fastidiosa, si trasformerà come quella maiala di Cenerentola in un meraviglioso salame norcino.

Qual è il senso di vivere un’idea che non ti appartiene, inseguita con disperazione, fino alla simulazione? Quanti ne conosco di persone che non sono chi dicono di essere? E di me, soprattutto, si potrebbe dire lo stesso. Perché siamo codardi, vigliacchi, impostori. L’intero genere umano lo è.

In vino veritas, dicevano i latini, e non perché le persone dicano la verità quando sono piene di alcol come ciliegie sotto spirito, ma perché finalmente mostrano ciò che sono, abbandonano la maschera e tornano alla loro forma base. Mai credere in un astemio per scelta.

Ha sicuramente qualcosa da nascondere.

Fisiognomica, Lombroso e i modelli umani

Sembra il maestro Miyagi e invece no, è Cesare Lombroso

Quanto segue è la ripubblicazione di un vecchio articolo scritto anni fa su questo stesso blog. Come al solito non prendetemi troppo sul serio, sarebbe tempo perso. 

Non mi stancherò mai di dirlo: Cesare Lombroso, mio stimatissimo concittadino, era una mente sopraffina. Certo, le sue idee erano talvolta un po’ radicali e di sicuro figlie del suo tempo (siamo alla fine del 1800), tuttavia il nostro amico era un positivista. Un pensatore. Uno scienziato. (Qua un bell’articolo di Wired su Cesare Lombroso)

E poco importa se avesse delle idee bislacche di tanto in tanto, applicava un metodo scientifico affatto male. Giusto per amor di precisazione, il primo archivio fotografico del tatuaggio l’abbiamo grazie ai suoi studi: migliaia e migliaia di foto di marinai, soldati, puttane e low-lifers con il corpo dipinto, inciso, marchiato. Lo studio del tatuaggio, strettamente correlato alla sua idea di base – ovvero che la tensione all’atto criminale fosse innata – gli ha permesso di catalogare antropologicamente le motivazioni del tatuaggio in categorie che io stesso, nella mia tesi di laurea, non ho potuto far altro che constatare come corrette e perfettamente pertinenti.

Ora, il punto dell’articolo non è certo la mia tesi né la storia del tatuaggio, quanto piuttosto un fenomeno percettivo che chiunque sia dotato di memoria fisionomica non può ignorare.

Esistono dei gruppi umani, nemmeno troppi, dei cluster di caratteristiche fisionomiche che portano, in casi estremi, a una somiglianza inquietante tra persone non imparentate tra loro. La stessa somiglianza che probabilmente sta alla base del mito del Doppelgänger.

Cesare Lombroso non s’era inventato nulla: aveva sovraimposto una struttura psicologica e antropologica a un fenomeno già percepito e riconosciuto fin dall’antichità (si parla addirittura di un trattato aristotelico a riguardo). In pratica, a determinate caratteristiche fisiche, si deducevano diverse qualità morali. E pertanto ci troviamo con personaggioni come Leonardo o Michelangelo che si appassionavano alla fisiognomica:

«Nello stesso passo, Condivi accenna all’intenzione di Michelangelo di scrivere un trattato di anatomia con particolare riguardo ai “moti” e alle “apparenze” del corpo umano. Esso evidentemente non si sarebbe fondato sui rapporti e sulla geometria, e nemmeno sarebbe strato empirico come quello che avrebbe potuto scrivere Leonardo; i termini “moti” ( che fa pensare alle “emozioni” oltre che ai “movimenti”) e “apparenze” fanno invece ritenere che Michelangelo avrebbe insistito sugli effetti psicologici e visuali delle funzioni del corpo.»

Lungi da me sostenere che a determinate caratteristiche fisiche corrispondano qualità o pecche morali – anche se conosco delle facce di cazzo che sono marce anche nell’animo – però, da bravo bimbo dotato di memoria visiva e quindi di buona capacità fisionomica (ovvero di riconoscere tratti somatici) mi sono reso conto in fretta che, a un certo livello, i tratti del volto delle persone tendono a raggrupparsi.

Margot Sikabonyi

E pertanto ho realizzato che conosco almeno 3 modelli Michele e due modelli Francesco. Adesso vi farò un esempio molto semplice, utilizzando le foto di due attrici. La prima, tale Margot Sikabonyi, era la ragazzina di un medico in famiglia. La seconda, invece, è Sarah Sanguin Carter, attrice di Falling Skies.

Sarah Sanguin Carter

Vi posso garantire che conosco almeno altre due ragazze che presentano tratti somatici pressoché identici. E una, fatalità, proviene dalla stessa area geografica di Margot Sikabonyi.

Insomma, quando si dice una faccia una razza – ahimè spesso in maniera dispregiativa – non si va tanto distante.

 

 

Un altro caso interessante è quello dei video cospirazionisti/complottisti/illuminati/glialieniciporterannovia.

 

 

Ve ne incollo uno qua sotto perché, tutto sommato, sono piuttosto suggestivi:

Su internet è pieno di queste fregnacce. Lo spartiacque è sempre il buon vecchio rasoio di Occam: inutile tirare in ballo viaggi nel tempo o cose assurde, il punto è che noi esseri umani siamo tutti una grande famiglia (alla faccia di chi sostiene ancora l’esistenza di razze per sopperire alle propri complessi d’inferiorità), e l’emergenza di alcuni gruppi somatici non dovrebbe certo stupire.

La cosa che mi piace di più è scoprire facce che non si vedono in giro. Per esempio – e non è una vanteria, sia mai – i tratti somatici di mio padre (ereditati da me e da mio fratello David – meno da mio fratello Francesco) sono poco comuni, per lo meno qua in Italia. La cosa curiosa è che il nostro cognome, Della Rossa, è poco diffuso in Italia, mentre è piuttosto comune in sud America. Insomma, mi immagino un paese argentino pieno di facce da culo come la mia che mi guardano brutto da sotto i baffi (in famiglia mia i baffi sono un’istituzione).

E quando chiedo a mio padre, che ha viaggiato moltissimo in vita sua, “Papà, non è che per caso ho fratelli sparsi in giro per il mondo?” la risposta è sempre la stessa:

“E tu perché non ti fai i cazzi tuoi?”

What goes around, comes around

Un divano, una sala dai soffitti alti alti, una casa che – sebbene buia, come tutte le case dei vicoli genovesi – mi piace da impazzire. 

Attorno a me gli strumenti, il portatile sulle ginocchia, la gatta sul cuscino e il cane sul tappeto. Russano entrambi. E io che apro il blog e sputo un post, così, per una serie di fortunati eventi.

Il punto è che a volte la vita sembra venirti addosso. Nonostante i programmi qualcosa di imponderabile decide per te, stravolge i piani o li asseconda, rende possibile l’impensabile, unisce i puntini e scombina le carte.

Succede, allora, che la scrittura (quella creativa, le storie che avevo accantonato per fare spazio alla musica) gratti dietro la porta della coscienza e si presenti come un’opportunità che sarebbe stupido rifiutare. Che il mio lavoro come copywriter prenda strade inattese e torni a emozionarmi. Che le arti marziali riprendano a far parte della mia routine e che abbia ritrovato il piacere di cucinare e di stare con gli altri.

Insomma, sembra l’alba dei morti viventi, ma sono morti belli. Sono resurrezioni, più che riesumazioni.

Al di là degli unicorni che vomitano arcobaleni (perché sì, sono sempre il lamentone di sempre, ma almeno adesso vengo colto da una certa leggerezza d’esistere) credo che questa Genova sia arrivata nella mia vita per uno scopo. Quale, non lo so. Intanto mi godo il momento.

 

Di caruggi, blues e cambiamenti

Il dado è tratto: nell’arco di un mese mi trasferirò a Genova con Arianna.

Lei tornerà a curare i suo vecchietti con la bronchite al Policlinico San Martino, io a suonare, scrivere e lavorare dal nostro nuovo castello in mezzo ai caruggi.

Sì, perché alla fine abbiamo fatto la scelta più difficile: tra un bell’open space nuovo di zecca in zona Sturla e un vecchio palazzo del ‘700 in pieno centro cosa potevamo scegliere?

senza fruttarolo sotto casa non si può stare.

Ovviamente.

Soffitti alti più di quattro metri, una cucina addossata al coro di una chiesa con tanto di nicchia residua per la madonna e acquasantiera di marmo dove mettere la bottiglia di gin del mese, tanto spazio da riempire con le librerie e chissà che non ci scappi pure un angolino di muro per un pianoforte verticale, che altrimenti mi annoio.

 

In molti mi hanno fatto la domanda: “e con The Fox and the Cat come farai?”.

Oh, il blues non muore. MAI. 

Semplicemente tanta, tanta programmazione in più, ma anche possibilità nuove: tutti i locali di Genova in cui fanno musica dal vivo (e sono tanti), la possibilità di suonare per strada a Genova ogni volta che ci pare (e vi assicuro che la città di De André è il paradiso dei buskers), Torino a un paio d’ore d’auto (altra città che ha capito il valore dell’arte di strada) e tutta la Francia da esplorare.

Già, perché tra le altre cose si prepara un nuovo Feral Tour del Gatto e della Volpe. Sembra abbia già un nome e un itinerario: La chanson du renard et du chat dovrebbe toccare Genova, Torino, Ginevra, Lione, Avignone, Marsiglia e Nizza.

Semplice, no? 

That’s it, per ora è tutto. Stasera si parte per un weekend genovese.
Dovrò pur trovare un pub dove scaldare lo sgabello, no?

 

 

Facce da Nepal

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A ottobre partirò per un altro viaggio in Nepal. Il terzo, per la precisione.

Che abbia un’ossessione per quel paese è ormai noto anche ai sassi. Che cosa trovi in quel posto pieno di polvere, cani randagi e condizioni igieniche precarie è un mistero ai più. 

Mi consola che, in questo amore viscerale, non sono solo. Il Nepal ha la capacità di stregare, di lasciare un senso di meraviglia intossicante, del quale non si riesce più fare a meno.

Arianna, la mia compagna, è una che difficilmente torna due volte nello stesso posto. Quando le dico torniamo ancora una volta mi risponde con un’occhiataccia e risponde abbiamo così tanto mondo da vedere ancora, adesso basta.

Però stasera le preparo Dal Bhat, il tipico riso e lenticchie onnipresente nella dieta nepalese,e so che non vede l’ora. Perché fa finta di niente, ma la sento sospirare quando guarda le foto dei nostri due mesi di volontariato a Kathmandu. La sento, quando dice a mezza voce mi manca il Nepal.

Il Nepal è molte cose. Oggi vi mostro alcune facce. Incredibili, rugose, innocenti, a volte bellissime. Per questo tornerò a breve, fra pochissimi mesi. Per la terza e non certo ultima volta.

Se volete leggere un articolo sul mio primo viaggio in Nepal vi consiglio di visitare I viaggi dei Rospi, dell’amica Alessandra Granata, per cui ho scritto un resoconto di quella prima, incredibile esperienza. 

Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.