Ma quanto siete bravi (davvero!)

E mi rivolgo a tutti coloro che, là fuori, combattono ogni giorno per avverare il proprio sogno fatto di inchiostro e carta. A tutti gli aspiranti scrittori – che altro non è che un modo per dire scrittori che non hanno ancora pubblicato – che ogni giorno, ogni notte, prendono in mano la penna e scrivono. Sulla fatica della scrittura ho già blaterato abbastanza, ma oggi rilancio la riflessione: la mia è passione o desiderio?

Stavo facendo un piccolo lavoretto di stalking mediatico per la redazione di Minuti Contati, associazione culturale con la quale collaboro, e di fatto stavo raccogliendo contatti. Ero immerso in quello sporco (e tante volte noioso) lavoro che consiste nell’individuare blog e siti che potrebbero essere interessati ad avere notizia di ciò che stai facendo e a ricevere comunicati stampa.

Ho trovato decine di siti di amanti della penna, fanatici dei libri, grafomani, sognatori e scribacchini. Di molti di essi non conosco affatto la cifra stilistica, ma tutto sommato nemmeno mi importa: la loro costanza, la loro dedizione, è più che sufficiente per garantirsi la mia stima.

Personaggi che assiduamente si mettono sulla tastiera per comporre piccoli e grandi sogni, e poco importa che scrivano male o scrivano bene: lo fanno, nonostante tutto, nonostante la stanchezza. Alcuni lavorano con la scrittura, esattamente come me. Eppure, molti di essi hanno qualcosa in più: la forza di scrivere ancora alla fine di una giornata di lavoro.

Sono bravi, bravissimi. Io, dopo una giornata di delirio da copywriter (qualcosa su cui vorrei scrivere più spesso, perché davvero c’è da farsi qualche risata), voglio solo immergermi in un libro, bere una birra, fumarmi la pipa mentre uno dei miei gatti – il più pesante di tutti, il gatto-macigno – si stende sul mio sterno per cercare di uccidermi lentamente per soffocamento. Suonare qualcosa col mio contrabbasso, magari. Questi no, sono gli starship-troopers della letteratura, mettono a letto i bambini e scrivono.

Questa è passione. E la loro è talmente luminosa che acceca.

Perché c’è una grande differenza tra desiderio e passione. Il desiderio può essere parcheggiato, può prender forma di un volo pindarico inespresso e mai realizzato. Può essere pura masturbazione. La passione no: è bruciante, ti consuma, ti costringe anche quando il tuo corpo è esausto e la mente febbricitante vacilla.

Voglio dire che il desiderio spesso non è sufficiente a realizzare un sogno: serve passione e dedizione.

Esiste tuttavia una situazione, uno stato particolare, che si addice alla procrastinazione, al trovare un scusa per non scrivere. Talvolta la passione brucia, ma il fuoco viene arginato dalla bassa stima di sé, dalla paura del fallimento, del rifiuto. E allora degradiamo la passione a desiderio, rendendola più gestibile.

Il cerchio si chiude, il dado è tratto. Combattere la paura per lasciare che il fuoco divampi.

 

Fisiognomica, Lombroso e i modelli umani

800px-C_Lombroso
L’amico Lombroso aveva stile, questo è indubbio

Non mi stancherò mai di dirlo: Cesare Lombroso, mio stimatissimo concittadino, era una mente sopraffina. Certo, le sue idee erano talvolta un po’ radicali e di sicuro figlie del suo tempo (siamo alla fine del 1800), tuttavia il nostro amico era un positivista. Un pensatore. Uno scienziato.

E poco importa se avesse delle idee bislacche di tanto in tanto, applicava un metodo scientifico affatto male. Giusto per amor di precisazione, il primo archivio fotografico del tatuaggio l’abbiamo grazie ai suoi studi: migliaia e migliaia di foto di marinai, soldati, puttane e low-lifers con il corpo dipinto, inciso, marchiato. Lo studio del tatuaggio, strettamente correlato alla sua idea di base – ovvero che la tensione all’atto criminale fosse innata – gli ha permesso di catalogare antropologicamente le motivazioni del tatuaggio in categorie che io stesso, nella mia tesi di laurea, non ho potuto far altro che constatare come corrette e perfettamente pertinenti.

Ora, il punto dell’articolo non è certo la mia tesi né la storia del tatuaggio, quanto piuttosto un fenomeno percettivo che chiunque sia dotato di memoria fisionomica non può ignorare.

i ragazzi sono incazzati
i ragazzi sono incazzati

Esistono dei gruppi umani, nemmeno troppi, dei cluster di caratteristiche fisionomiche che portano, in casi estremi, a una somiglianza inquietante tra persone non imparentate tra loro. La stessa somiglianza che probabilmente sta alla base del mito del Doppelgänger.

Cesare Lombroso non s’era inventato nulla: aveva sovraimposto una struttura psicologica e antropologica a un fenomeno già percepito e riconosciuto fin dall’antichità (si parla addirittura di un trattato aristotelico a riguardo). In pratica, a determinate caratteristiche fisiche, si deducevano diverse qualità morali. E pertanto ci troviamo con personaggioni come Leonardo o Michelangelo che si appassionavano alla fisiognomica:

« Nello stesso passo, Condivi accenna all’intenzione di Michelangelo di scrivere un trattato di anatomia con particolare riguardo ai “moti” e alle “apparenze” del corpo umano. Esso evidentemente non si sarebbe fondato sui rapporti e sulla geometria, e nemmeno sarebbe strato empirico come quello che avrebbe potuto scrivere Leonardo; i termini “moti” ( che fa pensare alle “emozioni” oltre che ai “movimenti”) e “apparenze” fanno invece ritenere che Michelangelo avrebbe insistito sugli effetti psicologici e visuali delle funzioni del corpo. »

Lungi da me sostenere che a determinate caratteristiche fisiche corrispondano qualità o pecche morali – anche se conosco delle facce di cazzo che sono marce anche nell’animo – però, da bravo bimbo dotato di memoria visiva e quindi di buona capacità fisionomica (ovvero di riconoscere tratti somatici) mi sono reso conto in fretta che, a un certo livello, i tratti del volto delle persone tendono a raggrupparsi.

E pertanto ho realizzato che conosco almeno 3 modelli Michele e due modelli Francesco. Adesso vi farò un esempio molto semplice, utilizzando le foto di due attrici. La prima, tale Margot Sikabonyi, era la ragazzina di un medico in famiglia. La seconda, invece, è Sarah Sanguin Carter, attrice di Falling Skies.

Margot Sikabonyi
Margot Sikabonyi
Sarah Sanguin Carter

Vi posso garantire che conosco almeno altre due ragazze che presentano tratti somatici pressoché identici. E una, fatalità, proviene dalla stessa area geografica di Margot Sikabonyi.

Insomma, quando si dice una faccia una razza – ahimè spesso in maniera dispregiativa – non si va tanto distante.

Un altro caso interessante è quello dei video cospirazionisti/complottisti/illuminati/glialieniciporterannovia.

Ve ne incollo uno qua sotto perché, tutto sommato, sono piuttosto suggestivi:

Su internet è pieno di queste fregnacce. Lo spartiacque è sempre il buon vecchio rasoio di Occam: inutile tirare in ballo viaggi nel tempo o cose assurde, il punto è che noi esseri umani siamo tutti una grande famiglia (alla faccia di chi sostiene ancora l’esistenza di razze per sopperire alle propri complessi d’inferiorità), e l’emergenza di alcuni gruppi somatici non dovrebbe certo stupire.

La cosa che mi piace di più, è scoprire facce che non si vedono in giro. Per esempio – e non è una vanteria, sia mai – i tratti somatici di mio padre (ereditati da me e da mio fratello David – meno da mio fratello Francesco) sono poco comuni. La cosa curiosa è che il nostro cognome, Della Rossa, è poco diffuso in Italia, mentre è piuttosto comune in sud America. Insomma, mi immagino un paese argentino pieno di facce da culo come la mia che mi guardano brutto da sotto i baffi (in famiglia mia i baffi sono un’istituzione).

E quando chiedo a mio padre, che ha viaggiato moltissimo in vita sua, “Papà, non è che per caso ho fratelli sparsi in giro per il mondo?” la risposta è sempre la stessa:

“E tu, perché non ti fai i cazzi tuoi?”

camp nanowrimo

NaNoWriMo Summer Camp – estate 2016

Veh, ma voi sapete cos’è NaNoWriMo?

Acronimo di National November Writing Month, è un…appuntamento? un’iniziativa? un concorso? una sfida?

Il Nano è tante cose.

Vi spiego come funziona: voi siete degli scrittori, navigati o in erba (o fatti di erba, cosa da non escludersi visto le tendenze di chi scrive) e ogni anno, a Novembre, vi cimentate in una sfida a voi stessi.

Scrivere almeno 50.000 parole (circa 250k battute) in un mese. Genere, storia, motivazioni, le stabilite voi.

Boom.

Si può fare, conosco un sacco di gente che ce l’ha fatta. Io non ci riesco mai, il demone della procrastinazione si prende gioco di me. Però continuo a provarci.

Il sito Nanowrimo  ha una serie di interessanti funzionalità e vi aiuta a tener traccia del lavoro svolto giornalmente attraverso grafici e contatori.

Il punto – reale – della faccenda è che, partecipando al Nano, si conoscono un sacco di belle persone, si scambiano idee, pareri e opinioni. Ci si sostiene a vicenda, ci si incoraggia. Insomma, si fa rete.

Esiste un gruppo italiano su FB, molto attivo.

nanowrimo camp estivo

Bene, siamo quasi a luglio, perché parlare di concorso che si svolge a Novembre?

Eh, il bello del NaNoWriMo è che periodicamente si svolgono dei Camp – in piena tradizione americana, di solito ad Aprile e Luglio – che servono a prepararsi a Novembre, o più in generale per continuare a scrivere e non perdere l’abitudine. I Camp si svolgono in gruppi chiusi di 12 persone che si richiudono in Cabin virtuali e, in maniera del tutto simile a un gruppo di auto-aiuto, si incoraggiano a vicenda per raggiungere il traguardo. La differenza con il Nano novembrino è che, durante i Camp, il limite di parole lo impostate voi.

Io, ad esempio, per questo Camp di Luglio ho aperto una Cabin nella quale sono disponibili ancora posti. Ho impostato il mio tetto a 30.000 parole (circa 150k battute, l’equivalente di un libretto di un’ottantina di pagine). Mi cimenterò nella raccolta e revisione, riscrittura (e scrittura ex-novo) di tutti i miei racconti a tema felino, mantenendo in genere un impianto da realismo magico (chiamatelo fantastico, se volete).

Insomma, avete sufficienti informazioni per mettervi anche voi alla prova e, se desiderate far parte della mia Cabin, fatemelo sapere.

Iter per l’apertura di un account NanoWrimo

  • Andate sul sito Nanowrimo e aprite un account, compilando i vari form con i dati
    ricordate che questo account sarà valido anche per partecipare all’edizione di Novembre
  • Andate sul sito Nano Camp, loggatevi con l’account Nanowrimo e create un progetto con i vostri dati, impostando un obiettivo in termini di parole da raggiungere
  • Andate sul gruppo FB Italiano NanoWrimo Italia, presentatevi e chiedete di essere aggiunti a una delle Cabin attive!

E poi?

Scrivete, scrivete, scrivete. Con costanza e assiduità, tutti i giorni. E leggete, almeno dieci pagine per ogni pagina scritta. È luglio, si lavora meno, i ritmi sono più lenti. Impostate un obiettivo in termini di parole che sia realistico (se vi sentite poco confidenti puntate alle 10-15k parole, non di più) ma impegnatevi nel cercare di raggiungerlo.

È agosto, il Camp è  finito, ho raggiunto il mio obiettivo. E ora?

E ora, belli miei, viene la parte difficile. Non dovrete aprire né rileggere ciò che avete scritto per un paio di settimane, per permettere al vostro cervello di ripulirsi. Dopodiché, cambiando medium – ovvero stampandolo se l’avete su pc, ad esempio – passate alla correzione e all’editing. Leggete ad alta voce, effettuate correzioni a penna, urla e bestemmie, schifatevi o stupitevi di ciò che avete scritto, rielaborate. Lasciate il vostro io scrittore fuori dalla porta e lasciate entrare l’editor. Chiedete consiglio alle nuove amicizie e alleanze strette in questo incredibile mese di scrittura e lasciatevi cullare dal sogno di poter arrivare al termine di un lavoro completo e rifinito.

Ma di questo parleremo un’altra volta! Su, filare, subito! Il Nano Camp di Luglio vi aspetta! (e no, non si cucca al Camp, non che io sappia.)

P.S. Se vi iscrivete e mi cercate, potete trovarmi con il nick Smilodonfatalis. Buona scrittura a tutti!

 

procrastinate-now-and-panic-later-20

Come fregare la scimmietta della gratificazione istantanea

Ieri (oddio, solo ieri, andrà a finire che aggiornerò questo spazio con frequenze umane?) ho scritto qualche riga sulla difficoltà dello scrivere. In un passaggio parlavo di alcuni trucchetti per fregare la propria parte più pigra: beh, a quanto pare alcuni scrittori che conosco – e coi quali ho condiviso bei momenti di scrittura – mi hanno chiesto di approfondire l’argomento.

Questo presupporrebbe una  certa mia conoscenza dell’argomento.

Conoscenza che pure ho, ma che per qualche motivo non sempre metto in pratica.

Il fatto è che spesso sono il primo a non avere idea di quello che sto facendo, un po’ come il mio amico Loris che, pur suonando molto bene la chitarra, ammette candidamente di non sapere cosa sta combinando sulle corde.

Forse è falsa modestia, chissà; in qualsiasi caso ci provo.

La scimmietta della gratificazione istantanea.

vi riconoscete?
vi riconoscete?

Tim Urban ha scritto un bell’articolo sul blog Waitbutwhy, dal titolo Why Procrastinators Procrastinate. Parla di tutti noi procrastinatori, immersi fino alla vita nel fango denso e confortevole del “lo faccio domani”. Introduce nella sua teoria un piccolo e molesto abitante del nostro cervello chiamato Scimmietta della gratificazione istantanea.

No, non fate quelle facce li. Smettetela di ridere. La convivenza con la scimmietta è una cosa dannatamente seria. Di fatto è un dramma: è la morosa un po’ asfissiante che però ti fa quei giochetti incredibili a letto e tu non riesci mai a dire di no, e in men che non si dica ti trovi sposato contro la tua volontà, futuro padre e in cerca di un monovolume a prezzi ragionevoli, proprio tu che sognavi di visitare l’isola di Kodiak e di scontrarti con un grizzly a mani nude, sbavando e urlando come Di Caprio, e vincere. 

Tu hai dei sogni – no, hai dei progetti – e invece di portarli avanti come ogni persona razionale, lasci che la scimmietta prenda il sopravvento e ti conduca su Youtube a vedere video di rimozioni di punti neri dal naso di un vecchio indiano.

deadlineTim Urban ha maledettamente ragione: la scimmietta esiste. E può essere spaventata solo dal mostro del Panico, quella bestia che terrorizza a morte la nostra scimmietta e ci rende capaci di completare quel lavoro esclusivamente a ridosso della scadenza.

Peccato però che il mostro del Panico – che chiede comunque un dazio in termini di energie mentali – si manifesti esclusivamente per Gli Obblighi, non per i Sogni.

I Sogni non sono soggetti a critica sociale. Al mondo non frega un cazzo se non realizzate i vostri sogni. Importa solo se non adempite ai vostri obblighi, con la conseguenza che il mostro del Panico, acerrimo nemico della scimmietta, appare solo in prossimità di deadline lavorative, o quando il fallimento pubblico è dietro l’angolo.

Di fatto, come mi ripete sempre mia madre, nell’economia dell’universo siete pari alle melanzane.

La soluzione – tecniche di guerriglia anti procrastinazione

Ve lo dico subito: è una guerra sporca, fatta di cunicoli da Vietcong, di bombe a mano lanciate in bunker sotterranei, di sacrifici e fallimenti.

Tuttavia una possibilità c’è.

Quando si parla di trucchetti psicologici: questo ne è un chiaro esempio. E funziona davvero.
Quando si parla di trucchetti psicologici: questo ne è un chiaro esempio. E funziona davvero.

Sfruttare la nostra stupidità di esseri umani e la capacità di fregare la nostra stessa testa.

Disclaimer: I consigli che sto per dare sono più o meno gli stessi che trovate su un’altro post di Tim Urban, intitolato How to beat procrastination

Non mi sto inventando niente, sono semplicemente arrivato alle medesime conclusioni di Tim.

  1. Attenzione alle liste – fare liste è molto allettante. Ci dà la sensazione di controllare il percorso. Tuttavia una lista troppo generica non è altro che un’ulteriore tecnica di procrastinazione. Il trucco sta nello spezzare i compiti in ulteriori sotto-compiti.
    Se nella lista delle cose da fare appunterò “Finire di scrivere Thanatos Waltz“, state pur certi che questo non si realizzerà mai perché – come fa notare giustamente Tim Urban – verrò continuamente buttato fuori strada da una serie di compiti minori e più urgenti. Come risolvere la cosa? Suddividere in sub-routine, spezzettare, atomizzare. Allora “finire di scrivere Thanatos Waltz” – compito decisamente enorme e non gestibile per intero nell’immediato – si scomporrà in decine di obiettivi più facilmente perseguibili, come ad esempio: “definire linea temporale”, “scrivere scheda personaggio di Antoine”, “Eseguire ricerca su Jean Martin Charcot, Madeleine Bres e Elizabeth Garret Anderson” e via dicendo.
  2. Comprendi la differenza tra urgente importante Fate attenzione a questo punto (non presente peraltro nell’analisi di Tim) che ho appreso leggendo The war of Artdi Steven Pressfield, e provate a pensarci: confondiamo spesso le due cose che invece non collimano quasi mai. È una delle tecniche base della scimmietta, e si basa sul concetto di urgenza. Ma noi l’italiano lo conosciamo bene, e dovremmo sapere che suddetto lemma indica una condizione pressante, che richiede attenzione immediata. Da nessuna parte c’è scritto che qualcosa di urgente è necessariamente anche importante.
    Il desiderio di interrompere la scrittura perché il cellulare ci notifica un commento su Facebook alla foto del nostro gatto che si lecca il culo è un’urgenza – ovvero l’emergenza di una necessità impellente – ma di certo non è importante. Il che ci porta al punto successivo
  3. procrastinator
    Praticamente la storia della mia vita

    Frega le urgenze, rinchiuditi nella torre d’avorio, legati alla sedia se necessario e fatti togliere una costola se ne senti il bisogno – Io mi distraggo facilmente. Ho tre gatti che chiedono attenzioni, sono un amante della pornografia, mi lascio catturare dalle notifiche su facebook a causa di una natura inespressa da stalker.
    Risultato? Non combino un cazzo. Soluzione? Scrivo con la penna stilografica su un quaderno rilegato in pelle, possibilmente in biblioteca. Così se devo fare delle ricerche i libri sono a disposizione, e non rischio di perdermi a guardare le foto del capodanno 2013 che ho nella cartella su desktop.

  4. Crea un nuovo Mostro del Panico – Impegnati pubblicamente, a costo di rischiare la gogna mediatica nel caso tu non riesca a finire. Funziona, soprattutto se hai promesso qualcosa a qualcuno e non lo vuoi deludere MA! fai attenzione: un mostro del Panico, per essere tale, deve mettere a repentaglio la tua credibilità. Quindi studia bene come architettare una strategia autolesionista come questa. La gente, quando è a rischio la propria vita, è capace di atti straordinari. Ci sono persone che, per aumentare la motivazione in un’impresa, mollano il lavoro. In pratica applicano il principio de “o la va, o la spacca“.
  5. Lega la non-riuscita del tuo compito alla perdita di denaro – È una tecnica che sto accarezzando da tempo: promettere alla mia ragazza un regalo costoso se non riuscirò a portare a termine il romanzo entro 12 mesi, con tanto di penale per ogni mese di ritardo. Ovviamente questo punto può essere girato in altro modo, ma in qualsiasi caso la logica è “mettete in palio qualcosa di negativo in caso di non riuscita, piuttosto di un premio in caso di riuscita”. In pratica è un corollario del punto numero 4.
  6. Dedicate un po’ di tempo a riscrivere le vostre motivazioni su un foglio di carta, il perché avete intrapreso questo progetto, quali azioni avete intrapreso la scorsa settimana e quali intraprenderete la prossima. Rileggete i vostri bilanci precedenti. Avrete una visione d’insieme.
  7. Come nelle diete, predisponete un numero massimo di sgarri settimanali, e sfruttateli senza ritegno – Se deciso di scrivere almeno 5 giorni su 7, gestite i vostri due giorni off con la massima libertà.
  8. Chiedete sostegno motivazionale esterno – possibilmente dai vostri amici più carognosi. Date loro il potere di prendervi a male parole se state battendo la fiacca e di spronarvi come il buon vecchio Sergente Hartman.
  9. Propendente per dei progressi lenti e regolari piuttosto che abbuffate bulimiche di lavoro intervallate da lunghi periodi di inazione – Usate dei timer. Io predispongo allo studio del contrabbasso almeno mezzora al giorno, possibilmente al mattino, prima dell’insorgere delle magagne lavorative. Con la scrittura dovrei fare lo stesso ma – avendo necessità di una biblioteca per lavorare bene – sono costretto a spostare ad altre ore della giornata. Ultimamente cerco di unire capra e cavoli: se per lavoro devo scrivere del materiale, vado in biblioteca e programmo l’ultima ora come dedicata alla scrittura creativa.
  10. Coscientizza qual’è il tuo obiettivo e tienilo a mente, sempre, cercando di capirne la natura più profonda – L’obiettivo generico sarà anche “scrivere un libro” ma, se non sapete perché, se non avete ben chiaro il disegno più grande o la motivazione reale del perché vi siete imbarcati in quest’impresa, le probabilità di fallire saranno molto elevate.
    Io conosco molto bene il perché sto scrivendo Thanatos Waltz. C’è un disegno preciso dietro, e l’ho interconnesso con tutta una serie di considerazioni e aspettative. Di sicuro, per molti di voi, esiste una destinazione finale alla quale desiderate arrivare. Bene, è arrivato il momento di guardare negli occhi il leone e sfidarlo, e iniziare è il primo, fondamentale passo per riuscire.

E ora, dopo questo delirio fiume, adesso che vi ho stremati, spero anche di avervi dato qualcosina, uno spunto di riflessione in più. Perché sono il primo a non riuscire a mettere in pratica tutto ciò che ho scritto.

Vale però la pena provarci, almeno.

 

difficoltà dello scrivere

Piccole considerazioni sullo scrivere

Che io sia prono deliri mentali più o meno intensi è risaputo. D’altronde non scriverei, se fosse altrimenti: quasi tutti gli scrittori (e per scrittori intendo chiunque abbia a che fare con il mezzo scritto per vivere – quindi vi includo anche copywriters et similia) che ho conosciuto sono personaggi con qualche biglia fuori posto, esistenzialmente parlando.

Non faccio eccezione. E così una delle ultime riflessioni – dopo essermi bloccato con la schiena per l’ennesima volta ed essere rimasto immobilizzato a letto per oltre una settimana – mi ha portato a una piccola epifania, uno di quei momenti di lucidità dove qualcosa di ben conosciuto diventa finalmente coscientizzato.

Molti di noi – la maggior parte forse – hanno necessità di uno scopo per muoversi.

L’assenza di un obiettivo porta all’ignavia, alla procrastinazione e all’immobilità in generale. È un difetto tanto più importante quanto la creatività e l’interiorità fanno parte di una persona, e si finisce così per avere incredibili storie dentro di sé che non si concretizzano a causa dell’incapacità di trasferire il pensiero nel mondo reale, di tramutare l’idea in azione.

La riflessione nasce anche dalla difficoltà enorme di scrivere. Lo diceva Flaubert, uno dei tanti, ma di aforismi sull’argomento è pieno. Per uno scrittore l’atto di mettersi a scrivere è faticosissimo. Badate, è il cominciare il problema, non la prosecuzione della scrittura. Eppure io per primo vengo spesso vinto dall’enormità del gesto.

Come si risolve la faccenda?

Volontà, programmazione e trucchetti. Soprattutto trucchetti. Del tipo che permettono di aggirare la pigrizia, la distrazione, la maledetta scimmietta della gratificazione immediata.

E chissà che pian piano non si riesca a costruire qualcosa di reale dai propri sogni: perché il delitto più grande è permettere che un sogno rimanga tale. Specialmente quando si possiedono tutti gli strumenti per realizzarlo.

Quello è imperdonabile.

 

 

cronache-di-mondo9-urania

Mondo9. Un sapore di ruggine e sangue.

cronache-di-mondo9-uraniaL’avevo promesso, eccomi qua: oggi si parla di una passione per il numero 9. Passione che in qualche modo ha toccato tanti amanti della fantascienza come me durante la lettura di Cronache di Mondo9, del bravo autore Dario Tonani.
Perché il numero 9?
La realtà è che non lo sappiamo, non con precisione perlomeno. Eppure le ragioni ci sono e, a detta dell’autore, non si limitano al numero di racconti presenti nel libro. Le suddette Cronache, in origine 9 tra novelette e romanzi brevi (alcuni dei quali inediti in forma cartacea) e riuniti nel volume edito da Mondadori per la collana Millemondi Urania, si svolgono su un pianeta distopico nel quale la natura estrema dei paesaggi e degli ambienti fa da palcoscenico a una follia meccanica.

Navi ciclopiche su ruote solcano deserti sabbiosi infetti da un morbo sconosciuto che trasforma le carni in ottone, fino a mutare gli esseri umani in automata di latta chiamati mechardionici il cui unico legame con la vita è costituito dai cuori strappati ai caduti in violente battaglie di metallo e ingranaggi.

Ciò che di veramente incredibile possiede Mondo9 è l’ossimorica vitalità di un mondo apparentemente morto. Il lettore procede nella storia seguendo le vicende di esseri umani che trascinano le proprie esistenze tiranneggiati dalla volontà aliena di navi senzienti. Eppure i ruoli non sono fissi: il rapporto tra uomini e metallo senziente è decisamente simbiontico. Si fa strada la percezione che le navi e i loro gargantueschi appetiti di sangue e anime umane siano intimamente legati alla presenza e all’agire di sgangherati equipaggi picareschi.
E così, in men che non si dica,l’affezione che proviamo per i protagonisti umani di Mondo9 si trasferisce anche ai mechardionici e alle folli navi che si scontrano come ciclopi impazziti.

Una delle navi di Mondo9, illustrata da Franco Brambilla
Una delle navi di Mondo9, illustrata da Franco Brambilla

Mondo9 è estremo. È un coacervo di suggestioni visive, olfattive e tattili che getta il lettore in ambienti ostili. Si arriva a provare disgusto per gli ambienti lerci di guano e morchia delle navi in rovina. Si percepisce il calore delle lamiere arroventate sotto il sole cocente, il gelo dei ghiacciai e la marcia umidità delle giungle tropicali. Si annusa l’odore rugginoso del metallo corroso e del sangue umano e, nonostante tutti questi colpi diretti al volto del lettore, si vivono storie di sentimenti umani quali lealtà, vendetta, desiderio di sopravvivenza. Persino amore. Mi piace pensare all’entità Mondo9 come a una realtà sinestetica, dove i livelli sensoriali si fondono tra loro a formare un’unica entità vivente organo-metallica.

Detto tutto ciò, non posso fare a meno di invitarvi a leggere Cronache di Mondo9. Al di là dell’innegabile valore della narrazione e dello stile, Mondo9 è un piccolo e fantastico fenomeno editoriale italiano. In un panorama dove la fantascienza è vista con sospetto, Dario Tonani è riuscito a ottenere consensi eccezionali in Italia come all’estero (e a pieno merito, cosa non scontata specialmente qua nello stivale) e ad attivare una straordinaria deriva creativa: Mondo9 vive davvero di vita propria. Oltre a Tutti i mondi di Mondo9 raccolta di 82 racconti di altrettanti autori che si sono cimentati nel narrare vicende ambientate su Mondo9, è già uscito The Art of Mondo9, contenente le illustrazioni di Franco Brambilla. Inoltre pare ci sia intenzione di ricavarne anche una graphic novel (anche se siamo ancora a livello di rumors).

Per chi invece abbia già messo il naso tra le sabbie roventi e calcato i ponti delle navi di Mondo9, invece c’è una splendida sorpresa. È previsto un sequel, già scritto e in fase di editing finale, che riprende le vicende di alcuni personaggi già incontrati nelle Cronache e che promette sollevare il velo su alcuni dei misteri di Mondo9.

Quindi non avete scuse: se c’è un po’ di marinaio dentro di voi e amate la fantascienza, fatevi un favore e tuffatevi in questo gioiellino, c’è gia un sequel che vi attende 😉

300 parole per un incubo

300 parole per un incubo: dall’altra parte della barricata

Quest’anno ho l’onore (e l’onere) di fare da giurato per una delle grandi competizioni italiane di micronarrativa. Si parla dell’ormai celebre concorso 300 Parole per un incubo, indetto dal portale Scheletri.com, uno dei punti di riferimento per l’horror italiano.

È una bella esperienza per molti motivi, che vanno al di là della soddisfazione personale di essere stato sul podio per ben due volte (1° classificato nel 2006, 3° classificato nel 2012).

È una responsabilità valutare i 49 racconti giunti in redazione, giudicarli e assegnare un voto. È un lavoro impegnativo e infinitamente istruttivo. Perché, come accade per i vari laboratori-concorso presenti in rete (come quelli ospitati da Minuti Contati, o da La Tela Nera, ad esempio) leggere, valutare e applicare una costruttiva capacità di critica aiuta a sviluppare il confronto con la propria scrittura.

Insomma, devo ringraziare i 49 partecipanti a questa 14° edizione di 300 Parole per un incubo. Perché siete bravi e vi siete messi in gioco e, nel bene o nel male, mi state tutti dando qualcosa: una visione, uno stile, una nuance differente.

In bocca al lupo a tutti quanti!

Black Sails

Di Pirati, collaborazioni e riviste online

A quanto pare la rivista online Fralerighe ha un nuovo collaboratore.

Che, guardacaso, sono proprio io.

rivista fralerighe
rivista Fralerighe

È con estremo piacere che entro a far parte (o meglio, vengo accolto) della redazione di Fralerighe, una bella rivista online che si occupa di letteratura di genere, recensioni e articoli di approfondimento. Di recente la redazione di Fralerighe ha aperto la porta anche a nuovi temi, quali il cinema, le serie TV e tutto ciò che riguardi il mondo immaginario che ruota attorno alle storie. Perché in fondo è di questo che si tratta, di diffondere storie, raccontarle, farle a pezzi o incensarle. O, più semplicemente, osservarle, mantenendo un ottica in bilico tra il soggettivo e l’oggettivo, nella speranza di incuriosire qualcuno e di promuovere l’uso dell’immaginazione, cosa non banale di questi tempi.

Il primo articolo al quale mi sono dedicato parla di una serie TV, Black Sails, che tratteggia le vicende di una pletora di pirati, navigatori e balordi che intrecciano le proprie vite sotto il sole dei Caraibi all’inizio del 1700.

Perché proprio i pirati? Perché adoro i pirati, la cialtronesca libertà della quale godevano e la morbosa relazione che avevano con la vita e la morte.

Che dire, non posso che invitarvi a leggere l’articolo e a prendervi qualche minuto per vagare tra le recensioni e gli approfondimenti presenti sulla rivista che, devo ammettere, mi ha conquistato.

A voi: Black Sails – le vele nere della libertà

Black Sails – le vele nere della libertà

Nadàl, storia di un cuoco scaligero nel XIII secolo

Un racconto lungo questa volta, a cui sono molto affezionato. Scritto per un concorso ospitato su La Tela Nera, mi ha tenuto sveglio, per essere completato, tutta una notte, mentre ero a letto bloccato dal maldischiena. Quella che leggete è una versione rimaneggiata e corretta in alcune sue parti – sono stati rivisti alcuni periodi e qualche virgola – anche se la versione originale è riuscita comunque a portarsi a casa il primo premio nazionale del concorso L’Olandese Volante, promosso dalla casa editrice veronese QuiEdit.

La prefazione al racconto è di Livio Gambarini, vecchio compagno di concorsi e palestre su web e scrittore al suo secondo romanzo fantasy storico. Nessuno più di lui è quindi adatto a commentare questo racconto ambientato nella Verona scaligera a cavallo tra il 1200 e il 1300.

 

Nadàl

di Alberto Della Rossa

Prefazione di Livio Gambarini

Nadàl è una fiaba ricoperta da un velo di zucchero.
La sua particolare consistenza affonda indietro nel tempo, in un Veneto leggendario in cui mostri e corti di fate si celano oltre lo sguardo dei cittadini. Nadàl è il maestro cuoco dei Della Scala, i potenti signori di Verona. Il suo obiettivo è inventare il dolce perfetto per la persona che ha nel cuore. Il suo incontro con la magica Ittele, un’anguana venuta dalle montagne, darà inizio a un viaggio inaspettato in un mondo d’incanto.
L’autore, Smilodon, è un vecchio compagno di avventure letterarie sul web; molte volte ho avuto modo di ammirare la sua flessibilità creativa. Ha una scrittura felina, capace di fare le fusa come di cacciare, di accoccolarsi sulla pagina oppure balzare addosso al lettore, cogliendolo alla sprovvista. E non ho mai letto un suo racconto in cui questa caratteristica sia più marcata che in Nadàl.
Perfettamente mimetizzato nel credibilissimo mondo di sogno da lui costruito, Smilodon racconta una storia di fate, amore, cucina e avventura. Una fiaba che non soltanto riempie di meraviglia mentre la si degusta, ma che lascia a lungo un buon profumo sul palato. Nadàl è un omaggio alle tradizioni e al folklore della splendida Verona, ma è anche qualcosa di più. È una storia perfetta, morbida e meravigliosa come solo le migliori torte sanno essere.

I

Nadàl, in piedi davanti al ripiano di marmo, guardava sconsolato il dolce che aveva appena sfornato. Per il palazzo, uno dei tanti di proprietà della famiglia scaligera che serviva come cuoco, si spargeva una deliziosa fragranza di miele e burro. L’impasto, gonfio e ancora fumante, attirava gli sguardi avidi dei bambini, richiamati sulla soglia della grande cucina dall’invitante profumo arrivato fino al cortile innevato.

Eppure l’espressione del cuoco esprimeva tutto fuorché soddisfazione. Con un gesto attento ruppe la crosta e osservò la pasta lievitata con poca convinzione, pizzicando l’impasto caldo con le dita ancora infarinate. L’interno, di un delicato colore dorato, era di certo abbastanza soffice per i bambini che attendevano fuori dalla porta e per siòr Jacopino e madòna Elisa, che i denti li avevano ancora buoni.

Nadàl, tuttavia, desiderava per Carafina qualcosa di più. Voleva creare un dolce perfetto, che nel latte diventasse morbidissimo e che fosse dolce come piaceva a lei. Sorrise tra sé pensando alla conversazione di un paio di giorni prima, quando l’anziana donna gli era piombata in cucina con la solita vivacità. Era da poco passata l’ora terza, e Nadàl aveva appena finito di controllare la pearà sul fuoco, quando l’inconfondibile battere del bastone sul pavimento di marmo annunciò l’arrivo della vecchia signora.

Nadàl! Varda fòra, che nevega! Proprio come il giorno che ti ho trovato davanti alla porta!
Carafina si allungò per baciare sulla guancia il cuoco. – Ah! La pearà! – disse infilando il dito nella pentola fumante e cacciandoselo nella bocca sdentata. Non fece tempo a rimproverarla che la vecchina già gli sorrideva disarmante, con gli occhi furbi di una bambina che ha fatto una marachella.

– Sai cosa succede fra sei giorni? – riprese la vecchia.

– No – rispose Nadàl, rimestando nella pentola e facendo finta di niente. Il gioco si ripeteva ogni anno, dacché aveva ricordi.

Sìoco che sei! È il giorno che il Signore mi ha donato te! Eri così piccolo, tutto rosso nella neve bianca! Se non ti raccoglievo io…

Nadàl la cinse con il braccio. – Certo che lo so! – disse chinandosi un poco e baciandola sulla fronte.

Carafina lo guardò severa. – Eh sì, scherza. Son vècia, mica tonta. Quest’anno voglio festeggiare! Non so quanto il Signore mi lascerà qui prima di chiamarmi a sé. Me lo fai un dolce? Un dolce speciale, che mi ricordi quel giorno!

Il pensiero lo riportò bruscamente alla realtà. Quella donna lo aveva accolto nella sua famiglia e gli aveva fatto da madre. Più passava il tempo e più si avvicinava il momento in cui avrebbe dovuto dirle addio. Non sapeva se avrebbe avuto un’altra occasione di festeggiare con lei. Ecco perché quel dolce doveva essere impeccabile. No, ancora non andava bene, doveva migliorare l’impasto e aggiungere una nota profumata, che non riusciva a definire. Aveva bisogno di fior di farina stacciata alla perfezione, e solo al mercato di piazza della Erbe avrebbe potuto trovarla.

I bambini, che aspettavano impazienti sull’uscio della cucina, iniziavano a dare segni d’irrequietezza. Di certo loro non avrebbero questionato sulla perfettibilità dell’impasto.  –Alora! Chi vuole assaggiare il dolce? – chiese Nadàl sorridendo.  Subito, nella cucina fu il caos.

 

II

La neve ricopriva Verona, rendendola ancora più bella. Il candore sfumava nelle venature rosate del marmo delle piazze e dei palazzi. Nadàl si strinse nella mantella di lana, camminando con passo deciso verso la struttura in legno che ospitava il mercato cittadino in caso di maltempo, attento a non scivolare sugli zoccoli. Piazza delle Erbe non era distante dal palazzo eppure, già dopo poche decine di passi, si rese conto di non essere solo nel vicolo. A poca distanza seguiva un personaggio, le cui lunghe vesti verdi risultavano di foggia strana a Nadàl, che pure era abituato alla moda e ai vezzi dei nobili. Ma quello che più inquietava il cuoco erano i lineamenti sottili e affilati, gli occhi allungati e la costituzione esile dello straniero.

Nadàl decise di proseguire senza curarsene troppo, scrollando le spalle e allungando il passo. Il mercato era ormai dietro l’angolo e nello spazio aperto della piazza sarebbe stato al sicuro. D’altronde cosa poteva mai volere da lui un malintenzionato?  La sua scarsella era vuota, giacché i mercanti lo conoscevano e facevano credito senza problemi a una famiglia importante come i Della Scala, quindi di certo non poteva essere attirato da tintinnii di denari sonanti.

Ormai era quasi arrivato, gli sarebbe bastato svoltare sotto l’arco della torre dei Lamberti. Senza rendersene conto ormai stava correndo, con il cuore che gli batteva in gola, e in un attimo perse aderenza sul marmo scivoloso. Cadde lungo disteso, la faccia nella neve, e si girò di scatto rotolando su un fianco per non offrire la schiena allo straniero, solo per rendersi conto che questi, avvicinatosi, gli tendeva la mano guantata con un sorriso aperto.

– Vuto na man? –

Nadàl rimase interdetto, mentre l’altro si chinava per aiutarlo a rialzarsi.

– Non ho soldi con me – esordì Nadàl con un filo di voce – andavo solo al mercato. Mi fanno credito, denari non ne ho!

– Denari non ne voglio – rispose l’altro. – Tu sei Nadàl, el cogo dei Scaligeri, vero? –

Nadàl annuì, sempre più confuso. – Varda, sono io. Stavo solo andando al mercato. Per la farina…

Lo straniero emise una risata cristallina. Il cuoco non aveva mai sentito qualcosa di simile. Sembrava che mille campanelli risuonassero nell’aria. Forse, pensò, nella caduta aveva sbattuto la testa.

– Farina. Sì, dimenticavo. – e così dicendo infilò una mano sotto il pesante mantello di pelliccia che strapegava per terra lasciando al passaggio un ampio segno nella neve fresca. – Il mio nome è Ittele. A te serve la farina migliore, no? – riprese, porgendo all’attonito Nadàl un sacchetto di lino.

Nadàl lo afferrò, e l’aprì con mani malferme. All’interno vi era la farina più candida e fine su cui mai avesse posato lo sguardo.

– È tua, ma a una condizione. Che mi faccia vedere la tua arte.

Ora il cuoco era davvero confuso. Chiuse gli occhi e si diede un pizzicotto, giusto per sincerarsi che non fosse una specie di strano sogno dovuto alla caduta. Li riaprì e Ittele era ancora li, con quel sorriso sincero sul volto senza età. Il sacchetto, nelle sue mani, era consistente e pesante come una scarsella piena di polvere d’oro. Non poteva perdere l’occasione, una farina simile non l’avrebbe più trovata in mille anni.

Va ben – disse infine, espirando. Dopotutto che male poteva fare uno straniero un po’ tòcco? Gli avrebbe fatto vedere la cucina, la preparazione di qualche salsa e l’avrebbe mandato via. E poi, finalmente, sarebbe stato libero di dedicarsi al suo dolce. – Va ben, vieni con me. Però non toccare niente!

Ancora una volta Ittele emise una risatina squillante, simile a una moltitudine di campanelli di bronzo.

 

III

Sotto lo sguardo estasiato dello straniero, Nadàl diede il meglio di sé. Volava nella cucina, a suo agio come un pesce nell’acqua, tra il ribollire delle pentolacce e la bocca del forno che espirava calore come un drago. Nadàl stesso, che ben sapeva di essere uno dei migliori cuochi tra le famiglie dei nobili veronesi, era stupito di come tutto, quella sera, sembrasse più saporito e della migliore qualità. Il fuoco, di solito capriccioso e necessario di continue attenzioni e regolazioni sotto il paiolo, ardeva di un calore costante, senza mai alzare le fiamme, i pani per il giorno dopo lievitavano come se lo Spirito Santo in persona stesse soffiandoci dentro e l’agnello infilzato sullo spiedo colava grasso e offriva le sue carni tenere al forchettone di Nadàl, che ne verificava la cottura.

– Meraviglioso, meraviglioso! – gongolava Ittele, dal seggiolino di legno nell’angolo dal quale osservava l’arte del cuoco. – Proprio come mi aspettavo!

Così diceva, e finché il cuoco si accingeva ad assaggiare la salsa per l’arrosto, un’ombra nera, fulminea, entrò dalla porta socchiusa, rincorrendo un topolino che cercava di aver salva la vita. Il gatto balzò sulla madia, nel tentativo di tagliare la strada alla sua cena, che puntava diretta verso un pertugio nel muro. In circostanze normali Nadàl non si sarebbe curato affatto della caccia del gatto. Ciò che attirò la sua attenzione fu invece la reazione di Ittele, che, con un balzo altrettanto felino, era saltato sullo sgabello, lo sguardo terrorizzato e gli occhi sbarrati, sollevando la lunga veste da terra.

– Il gatto! Il gatto! Mandalo via! Via! – diceva con voce stridula Ittele di fronte al cuoco, che osservava la scena attonito. Con una zampata il gatto ebbe ragione del topo, prendendolo tra le fauci e scrollandolo per rompergli il collo. Ittele osservava la scena inorridito, fino a quando il felino, così com’era arrivato, uscì dalla finestra che dava sul cortile col topo in bocca.

Ittele era ancora in piedi sullo sgabello, quando si accorse dell’espressione di Nadàl alla vista dei suoi orribili piedi caprini scoperti. Il cuoco era pallido come un cencio e si appiattiva contro la parete, stringendo il mestolo davanti a sé, nemmeno fosse una spada. Nella cucina, eccezion fatta per il ribollire delle pentole, era sceso un silenzio di tomba.

– Sei il demonio? Sei venuto a prendere la mia anima? – chiese con voce atterrita Nadàl.

– Oh – disse Ittele guardandosi i piedi e abbassando la veste per nasconderli – No, che diamine! – e così dicendo fece per avvicinarsi.

Nadàl prese a frugare nella casacca, per estrarne un chiodo arrugginito.

– Va via, Belzebù spuson! Vo’ in ciesa tute le domeneghe! Sto ciodo l’è na reliquia, seto? Va via!

Ittele lo guardò preoccupato. – No, amico caro, non sono il diavolo. Sono un’Anguana. Una fada.  Abbiamo paura dei gatti.– Così dicendo si passò una mano sul viso, tramutandosi in una bella ragazza dai capelli dorati. – Nondimeno, per favore, mettilo giù, il ferro è velenoso per noi. Ci immobilizza, come stoccafissi.

Nadàl non sapeva più cosa fare. Eppure, pensò, sarebbe alquanto strano un diavolo che ha paura dei gatti. E poi lui era un buon cristiano, peccava poco e faceva atti di carità quando poteva. Forse poteva rimettere via la reliquia.

Ittele gli sorrise. – Grazie, sei molto gentile – disse sollevata. – Ti devo delle spiegazioni. Il mio nome è davvero Ittele, e vengo dalla corte delle fade di Camposilvano.

– Fin da là? – chiese Nadàl, ancora sospettoso. ­– E’ un lungo viaggio, giù dalle montagne. Che cosa vuoi da me?

– Vedi – riprese la fata, tenendo d’occhio la finestra dalla quale era uscito il gatto – Sono venuta perché pare che tu sia il cuoco migliore della regione, e tale voce è giunta fino al nostro Re. E siccome sua figlia si sposa, vuole te per il banchetto.

Nadàl grugnì, ancora poco convinto. Forse non era un diavolo, ma era pur sempre una fada e con quelle non c’era da scherzare.

– È un grande onore sai – riprese Ittele – e in più, potrai avere un sacco intero pieno di fior di farina, e sale arabo quante le tue mani messe a coppa possono portarne.

Al nominare la costosissima spezia orientale, Nadàl sbarrò gli occhi. Solo una volta in vita sua aveva avuto modo di usare il cosiddetto “miele senz’api”, portato dall’imperatore Federico in persona. Tanto gli bastò per decidersi ad accettare la proposta.

Vegno – disse infine – ma niente scherzi.

In tutta risposta Ittele sorrise, e avvicinandosi lo avvolse nel mantello di pelliccia.

 

IV

Quando la pesante cappa si levò, Nadàl aveva le narici ancora piene del profumo delicato della fada. Erano in una valle montana, costellata di grandi macigni che sembravano enormi torte a strati. Nella notte, dalla selva circostante, venivano rumori poco rassicuranti.

– Eccoci a Camposilvano – disse Ittele, avvicinandosi al macigno più imponente.

Nadàl si muoveva guardingo, spaventato dagli strani rumori della foresta, e si manteneva dappresso alla fada. – Non aver paura – gli disse questa, vedendo il terrore negli occhi del cuoco – Il bissogalèto si tiene alla larga dalla corte.

Nadàl aveva sentito parlare da piccolo, nelle storie davanti al fuoco, di quella creatura del demonio, un serpente dalla testa di gallo che pietrificava con lo sguardo.

– Davvero? – chiese con voce tremante e avvicinandosi ancor di più a Ittele, che in tutta risposta ridacchiò.

Nadàl ancora si guardava attorno quando nella roccia si aprì una porticina, dalla quale spuntò un esserino dai lineamenti allungati e sottili come quelli della sua compagna. Sembrava, agli occhi del povero cuoco, un fanciullo di cento e più anni, con dei ciuffi ispidi di barba sulle guance rugose.

– Ah! Ittele, giusto in tempo! – esordì con voce roca il folletto. – Hai portato il cogo della gente lunga. Bene, bene! Seguitemi, alla cucina, che il tempo scorre e per domani ci sarà il banchetto!

Senza nemmeno la possibilità di replicare, Nadàl venne trascinato nel cuore della terra, in un dedalo di corridoi da cui pendevano radici secolari e nei quali incrociarono le più strane creature. Proseguirono così, tra l’apprensione di Nadàl che si trasformava via via in stupore, e il trambusto che fremeva per le vie sotterranee del regno delle fade, che si preparavano al grande evento senza curarsi troppo dell’umano, scortato dal folletto e da Ittele.

In capo a innumerevoli svolte giunsero infine a una porticina anonima. Dietro di essa, e lo stupore di Nadàl si tramutò adesso in eccitazione, vi era la più straordinaria cucina su cui mai avesse posato lo sguardo. Decine e decine di barattoli di spezie stavano sugli scaffali alle pareti, assieme a enormi paioli in rame di squisita fattura. Il forno stesso era degno della cucina dell’imperatore. Ovunque posasse lo sguardo, c’erano solo viveri di primissima qualità, verdure fuori stagione dalle foglie verdissime, tuberi carnosi, barili di salamoie e merci rare.

A questo punto il timore aveva lasciato spazio a una gioia profonda e il cuoco, dimentico di qualsiasi altro pensiero, si mise a cucinare per il banchetto del matrimonio fatato.

 

V

Quando ebbe tempo di sedersi un attimo, consegnata l’ultima portata ai folletti che servivano i commensali, Nadàl non sapeva dire quanto tempo fosse passato. Era spossato e felice, inebriato dai mille profumi delle elaborate pietanze che aveva preparato per la corte. Infilò la mano nella casacca per estrarne il fazzoletto e tergersi il sudore dalla fronte, e nel fare ciò sentì la presenza dura e fredda della reliquia che portava, legata con uno spago al collo, al pari di un crocefisso. Per un attimo faticò a ricordare cosa ci facesse. Pian piano, dalla memoria affiorò il ricordo di Carafina che gli donava per la cresima un chiodo usato nel martirio di San Fermo, ed estratto dal portone dell’omonima chiesa. Prese a vergognarsi di se stesso e del suo agire poco assennato: a momenti si dimenticava delle buone abitudini cristiane e di chi lo aspettava a casa. Bene, il suo dovere l’aveva fatto, adesso toccava al re delle fade a onorare l’accordo. Gli spettava un sacco di fior di farina e una manciata di sale arabo e sarebbe potuto tornare a casa, a preparare il dolce per la sua madre adottiva.

Imboccò così la porta che dava sul salone dove si svolgeva il banchetto, e si trovò di fronte a uno spettacolo che lo lasciò stordito. Davanti a sé si stendeva un enorme ambiente, con tavoli a perdita d’occhio. Ovunque vi erano vassoi ricolmi di avanzi e creature fatate che finivano di banchettare, mani inzaccherate di salse che spolpavano le ossa d’innumerevoli arrosti e vuotavano coppe di vino come se fosse acqua, in una dissolutezza che turbava non poco il povero Nadàl. Non era possibile che avesse preparato da solo tutta quella roba, non sarebbe bastato un anno per cucinare una tale quantità di cibo. Deciso a non lasciarsi fregare si diresse a testa bassa verso il centro della sala, dove, a un enorme tavolo, sedevano il Re e la sua famiglia.

Nadàl si fece coraggio, cercando di non sbiancare di fronte all’aspetto del sovrano. Era di fatti umano solo in parte, con un testone che assomigliava più a quello di un mastino, guance cascanti, denti e pelo compresi. Affondava senza ritegno il muso in una grossa scodella, ripiena di ritagli di carne, quando si accorse della presenza del cuoco in piedi davanti a sé.

Allargando le braccia, con le fauci ancora unte di grasso e salsa, ghignò.

– Nadàl, amico mio! Mai alla corte delle fade si mangiò meglio di così! Viva! – terminando l’osanna con un rutto poderoso. – Che cosa fai là impalato? Siediti e mangia anche tu con noi!

Nadàl si fece forza, e alzò il mento, più per simulare coraggio che per onesta spavalderia.

­– Siòr Re dele Fade – prese a dire con voce più ferma possibile – mi vorìa ndar casa co la me ricompensa.

A tale affermazione il silenzio calò nell’immenso salone. I commensali, dalle fattezze più strane e bestiali, si guardavano sgomenti, senza aver il coraggio di proferir parola. Solo il Re guardava Nadàl, con una smorfia che lasciava scoperta la dentatura canina, in una parodia di sorriso.

Con uno sforzo di volontà erculeo, Nadàl ne sostenne lo sguardo. – Il sacco di farina. E la manciata di sale arabo.

Il re fece cenno a un valletto, che sparì verso la cucina.

– E sia, come promesso – disse, con aria dispiaciuta – anche se preferirei che tu restassi qui con noi, a deliziarci con la tua arte. Sento tuttavia che non desideri attardarti, e quindi ti libero dall’impegno.

Il valletto tornò, con un sacco grande e uno più piccolo, che depose sul pavimento di legno ai piedi di Nadàl.

– La porta è quella – riprese il re, indicando un portone alle sue spalle. – Cerca di non perderti nel bosco, e attento al bissogalèto.

Le ultime parole raggelarono il povero cuoco e, in men che non si dica, diverse mani sospinsero lui e la sua ricompensa fuori dalla corte.

 

VI

All’esterno, di neve non vi era più traccia. L’aria era frizzante, ma non fredda com’era lecito aspettarsi. Nadàl strinse a sé i sacchi e il mantello, e si girò verso il macigno. Non una fessura indicava la presenza della porta, solo la ricompensa che stringeva al petto gli confermava che non era stato un brutto sogno. La luna piena illuminava in maniera spettrale le cime degli alberi, e la foresta era piena di rumori terribili, che un abitante di comune come lui non sapeva nemmeno riconoscere.

S’incamminò e dopo meno di un’ora di cammino nel fitto degli alberi, col cuore in gola e la schiena sudata dalla paura, sbucò nuovamente nella valle di Camposilvano. Rassegnato, girò sui tacchi e s’infilò di nuovo nel bosco, nella speranza che l’alba fosse vicina, nonostante la luna sembrasse immobile.

Le fronde gli sussurravano in continuazione e un rumore insistente, simile al verso di un uccellaccio, quasi un gallo strozzato, lo seguiva da qualche tempo. Nadàl iniziava a essere terrorizzato dalla situazione, e né l’Ave Maria, né le altre preghiere imparate in chiesa erano capaci di alleviare la sua pena. A poca distanza da lui il verso roco del volatile interruppe la sua preghiera sul nascere. E se fosse stato il bissogalèto? Preso dal panico, Nadàl si mise a correre, e l’invisibile bestia dietro di lui. In cerca disperata di un posto dove nascondersi, s’infilò in un riparo sotto roccia, di poco più largo delle sue spalle e, certo che la morte per pietrificazione fosse vicina, serrò gli occhi, quando un tocco sulla spalla lo fece sussultare.

– Ah! – urlò Nadàl

–Ah! – gli fece verso il Re delle Fade, che sbucava da una porticina nella parete di roccia. – Se non ti muovi il bissogalèto ti mangia. Che fai, vieni? – chiese con fare sornione.

Nadàl non ci pensò due volte.

 

VII

Al sicuro nella cucina delle fade, Nadàl piangeva lacrime amare. Stringendo in mano il chiodo pregava cercando di consolarsi, mentre cucinava per il Re pietanze squisite. Come poteva fuggire? Era libero di andare, ma sapeva che la foresta era stregata, e il coraggio gli mancava. Si era fatto fregare, e le scritture dicono che l’avidità è un peccato mortale. Eppure, pensò, l’aveva fatto a fin di bene, solo per un dono a sua madre.

Il chiodo, freddo nella sua mano calda, sembrava pesante come non mai. E se… e se fosse riuscito a toccare il re col ferro benedetto, bloccandolo e forzandolo a dargli la libertà? A riportarlo a casa, alla luce del sole? Di sicuro le fade gliel’avrebbero fatta pagare, se avesse aggredito il loro sovrano. Magari, però, nascondendolo nel cibo, l’avrebbe fatta franca. Più ci pensava, più l’idea gli sembrava buona, e di sicuro il re, vorace com’era, avrebbe accettato un dolce in dono.

Nadàl decise allora di darsi da fare. Sarebbe tornato a casa, in un modo o nell’altro, e alla sua anima ci avrebbe pensato la sua buona fede e le preghiere che continuava a ripetere a mezza voce. Si presentò quindi davanti al re, con lo sguardo basso di chi chiede perdono.

– Guarda chi c’è – disse in tono canzonatorio il re. – dimmi Nadàl, cosa ti affligge?

Siòr – prese a dire Nadàl, stando ben attento a tenere lo sguardo a terra per non tradirsi – ho capito d’aver sbagliato, e vorrei farti un dono. Un dolce, per la precisione.

La faccia canina del re si aprì in un sorriso terrificante.

– Ma che meravigliosa idea! E dimmi, cosa vorresti farmi? – chiese con le fauci che già colavano bava.

– Qualsiasi cosa lei voglia, sire. Magari un pan dolce. –

Il re ci pensò su un poco. – Un pan dolce, dici? Ma sì, vada! Basta che vi sia dell’anice, e dei pinoli! Amo gli uni, e ancor di più l’altro. Adesso corri, che prima inizi, prima avrò il mio dono. – concluse il re, senza accorgersi del sorriso furbo del cuoco.

 

VIII

Nadàl si mise all’opera. Di certo non sarebbe stato difficile fare un dolce con tutta la pratica che aveva, e gli ingredienti di cui disponeva erano della miglior qualità. Prese così il fior di farina e disponendolo a fontana sul ripiano di marmo vi mise in centro quattro uova, un grosso tòcco di burro e un bel po’ di miele. Per equilibrare il sapore aggiunse una piccola presa di sale. Si mise così a lavorare l’impasto, aggiungendo dopo poco il lievito e l’anice, come aveva chiesto il re. Doveva essere invitante e lievitare bene per nascondere il chiodo al suo interno. Sentiva le braccia bruciare, tanto era l’impegno profuso nel render l’impasto liscio, e intanto pregava con tutte le sue forze, perché sapeva che quell’avventura si sarebbe chiusa col successo o con la morte. Lavorata la pasta alla perfezione, la ripiegò quattro volte e vi nascose il chiodo, sperando che nella lievitazione non si scoprisse. Ora vi era da attendere, e a solo sostegno della sua ansia rimasero le preghiere e il ricordo di casa.

Passate che furono tre ore, Nadàl scoprì l’impasto che aveva lasciato a riposare sotto un panno umido. Con disappunto si accorse che il chiodo fuoriusciva d’un lato per due centimetri buoni. Magari avrebbe potuto cambiar forma all’impasto, ma come? Si mise così all’opera, e di nuovo un lavorìo di braccia da renderlo esausto. Nadàl, Nadàl, si ripeteva, in che guaio ti sei cacciato?

Proprio ripetendo il suo nome che ebbe il lampo di genio. Infilò di nuovo il chiodo nell’impasto, formando una bella pagnotta sulla quale incise nella parte superiore una griglia con nove quadrati, e finito che ebbe di lievitare, modellò l’impasto a stella di Natale, coprendo così la parte di chiodo che spuntava.

Con un’ultima preghiera alla Madonna, ricoprì il dolce di pinoli e infornò il tutto.

 

IX

Bastò il profumo, dopo quasi un’ora di forno, per capire che la disperazione aveva potuto dove non era riuscita la volontà. Il dolce perfetto che voleva creare per Carafina era lì davanti a lui. Forse erano i pinoli, o forse l’anice, o magari ancora la doppia lievitazione, ma in qualsiasi caso il risultato era davvero perfetto. Lo mise su un vassoio di legno, lo cosparse di sale arabo, e si diresse verso la sala del banchetto dove lo attendeva il re, con tutta la corte. Come entrò nel salone, il meraviglioso profumo del pan dolce si sparse, e gli avidi e affamati sguardi dei commensali sarebbero bastati a consumarlo.

Depose il vassoio con un inchino sulla tavola, davanti al re, che con aria di sufficienza lo guardò.

– Tutto qua? – disse. A Nadàl ghiacciò il sangue.

Il re staccò un pezzetto dalla punta centrale e lo portò alla bocca. Masticò con calma e chiuse gli occhi. Il silenzio era quasi palpabile.

Li riaprì, gonfi di lacrime.

– Caro Nadàl, questo dolce è meraviglioso! – e così dicendo spalancò a dismisura la bocca, ingollando l’intero dolce in un sol boccone, prendendo a masticare.

Un urlo disumano squassò la sala, e Nadàl si affrettò a coprirsi le orecchie. Sul trono il re pareva pietrificato, con le fauci spalancate e il chiodo piantato in profondità nel palato.

Ittele corse verso Nadàl, che guardava con aria soddisfatta il re.

– Che cosa hai fatto, sciocco?

–Quello che avevo da fare per tornare a casa. Lui ha giocato me, gli ho solo reso il favore – rispose con tono secco il cuoco. ­– Solo io posso cavare il chiodo dalla sua bocca, visto che sono il solo a esserne immune, e lo farò a patto che mi riportiate a casa.

Di fronte a tale fermezza, Ittele non poté far altro che acconsentire.

­– E sia, tornerai a casa, ma ora liberalo dal tocco del ferro!

Nadàl prese coraggio, e infilò la mano nelle fauci dentate del sovrano delle fate, estraendo il chiodo.

Il re chiuse la bocca e disse solo: –Ora va, prima che cambi idea.

 

EPILOGO

Si dice sia stata Ittele stessa a riaccompagnare a casa Nadàl, tenendolo sotto la mantella di pelliccia, e che invero quello fosse l’unico modo per fuggire dalla corte delle fade.

Di sicuro il povero Nadàl ebbe un’amara sorpresa al suo ritorno. Venti lunghi anni erano passati da quando aveva lasciato la casa, sebbene solo due notti nel regno delle fate. La vecchia Carafina era passata a miglior vita, e il piccolo Leonardino, lo stesso che anelava il dolce malfatto all’inizio di questa storia, era diventato Capitano del Popolo, e aveva preso nome di Mastino I della Scala.

Quanto a Nadàl, versò lacrime amare al suo ritorno, e decise di dedicare il dolce al suo nuovo signore, per sparire poco dopo. Voci dicono di averlo visto dalle parti di Camposilvano, al chiaro di luna a raccogliere erbe per il desco delle fade…

Tabula Rasa – un racconto per Minuti Contati

Il presente racconto è attualmente in lizza per una delle edizioni del “solito” Minuti Contati. Al di là di tutto, pur non sapendo affatto come finirà la presente edizione, né se mi vedrà nuovamente sul podio (sarebbe bello, ma la fortuna non può assistermi sempre), posso affermare di essere stato baciato da una musa del tutto particolare.

Il tema era “Figli Dimenticati”. Prima di trovare la giusta traccia sono passato per l’hard sci-fi, proseguendo per un racconto storico… entrambi abortiti dopo pochissime righe. E poi sono stato folgorato dall’immagine mentale di due occhi cerulei, smarriti, contornati da rughe.

Da quest’immagine è nato il racconto, che da subito ha mostrato una propria vita. I personaggi si muovevano da soli, ed ho sentito io, in prima persona, l’amore del protagonista nei confronti della moglie e… beh, il resto potete scoprirlo da soli.

Questo racconto mi ha ribadito la necessità di non seguire una traccia, quanto lasciarsi investire da un’immagine, una rêverie.

 

Tabula rasa

Mia madre aprì gli occhi. Una ragnatela di rughe che guardava il mondo per la prima volta, come un neonato partorito già decrepito. Il cielo racchiuso negli occhi azzurri che osservavano la stessa stanza di sempre, con lo smarrimento di chi si sveglia in un luogo sconosciuto.

Era una di quelle mattine in cui non riconosceva né ricordava nulla del mondo che la circondava da quasi novant’anni. Si guardò le mani, sgranando gli occhi.
“I miei anelli! Dove sono i miei anelli!”. Trovavo formidabile come l’aggressività di sempre riuscisse a farsi strada nella tabula rasa della malattia.

“Mamma, gli anelli sono al sicuro”, sospirai. “Li abbiamo tolti perché ti davano fastidio, non ricordi?”
Mi sentii stupido. No che non ricordava. L’alzheimer si era portato via tutti i ricordi recenti e li avrebbe restituiti solo in capo a qualche ora, nel migliore dei casi.

Claire entrò in quel momento, bussando appena prima di aprire la porta della stanza. Portava il vestito bianco a fiorellini rossi che mi piaceva tanto. Le guardai le gambe nude. Era splendida.
Le labbra carnose accennarono solo un “ciao amore” verso di me, prima di aprirsi in un candido sorriso rivolto a mia madre.
“Buongiorno Margaret.”
Non ebbi il tempo di avvisarla che era una di quelle mattine.
Mia madre si voltò verso di me, la linea sottile delle labbra tremava leggermente.
“Adam. Una negra è entrata in casa nostra. Sarà stata lei a rubare i miei anelli.”
Puro Texas orientale anni quaranta.
Chiusi gli occhi. Mi vergognai per lei.

Guardai Claire mortificato, implorando perdono con lo sguardo. Sorrise ancora di rimando e poggiò la tazza di the sul comodino sotto lo sguardo di fuoco di mia madre, incapace di riconoscere sua nuora.
Senza dire una parola, si girò con un fruscìo di seta . Mi sfiorò le labbra con un bacio, mettendo a segno in un colpo solo la mia resa e la sua piccola vendetta nei confronti della vecchia insopportabile distesa a letto.
Uscì dalla stanza, facendomi l’occhiolino, appena prima che mia madre iniziasse a urlare insulti da Ku Klux Klan.

Quando scesi da basso, qualche ora più tardi, trovai Claire seduta sulla vecchia poltrona di mio padre, intenta a sfogliare una vecchia rivista di caccia. Abbracciai con lo sguardo la casa nella quale ero cresciuto. Dalle pareti mi guardavano stralunate le teste di due cervi impagliati. Un piccolo alligatore faceva bella mostra di sé sopra il camino, appena sotto i fucili da caccia.

Una perla nera in casa di bianchi del sud. Dal nulla affiorò il ricordo di mio padre, sul letto d’ospedale, intento a stringerle la mano, abbattendo nei suoi ultimi minuti una vita di pregiudizi. Mio padre adorava Claire, era solo troppo texano per ammetterlo.

Si alzò dalla poltrona, lasciandomi il posto per tornare con due birre.
“Toglimi una curiosità” chiesi, “come fai a non odiarla?”
Si fermò un istante, poi sorrise.
“Sciocco. Io ti posso avere tutti i giorni. A lei, a volte, di te non rimane neppure il ricordo”.