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Arte, arte, arte un cazzo

Corsi e ricorsi della vita. Mi ritrovo, dopo anni, a ritornare sul concetto di arte.
Una piccola e doverosa premessa: ho studiato conservazione dei beni culturali. Ho lavorato – come schiavo – in un museo. Ho una madre che fa, con un discreto successo, la pittrice. Sono cresciuto in mezzo a libri d’arte. Questo fa di me un esperto d’arte?

No, proprio per nulla. Credo sia più una questione di sensibilità, di strumenti di lettura e di conoscenza di un po’ di storia.

Il punto è, sic et simpliciter, che molti – troppi – di arte non capiscono un cazzo. Tante volte i succitati artisti, quelli che l’arte dovrebbero produrla, sono i meno indicati a comprenderla. Figuriamoci noi, che vagoliamo su internet in cerca di un angolo di tetta e ci entusiasmiamo per i meme di Taffo.

Preambolo chiuso. Dove voglio arrivare?

Qualche anno fa, un tale Christo s’è inventato di piazzare delle passerelle galleggianti arancioni sul lago d’Iseo. Pardon, non passerelle. Installazione di arte contemporanea. Sempre arancioni eh.

Vi ripeto il tutto. Christo. Passerelle arancioni. Camminare sull’acqua. Arte.
Se voglio camminare sulle acque come Cristo su delle passerelle arancioni, basta andare a Venezia quando c’è acqua alta. E non mi sento di chiamarla arte.

Il punto è esattamente questo: in un mondo dove l’apparire spesso conta più della sostanza (e sì, so perfettamente che la frase è trita e ritrita, ma tant’è) l’arte si sovrappone all’atto che genera – in qualche modo – stupore. L’atto creativo diventa marketing dell’emozione spicciola, o meglio: l’emozione spicciola diventa arte.

Tempo fa lessi sul nostro amatissimo Facebook una frase:
Art should disturb the comfortable and comfort the disturbed.
Attenzione perché, su questo banale concetto, c’è una pletora di performer che fanno soldi sul nulla. Per la precisione troviamo molti di coloro che concepiscono l’arte come atto egocentrico, come mezzo per fare clamore, per rendersi interessanti.

È l’elemento fondante di fenomeni da baraccone come Milo Moiré, definita come la depositaria dell’antica arte di depositare uova piene di colore dalla vagina (col suo corpicino perfetto da palestra e le tette rifatte) all’Art Cologne 2014 (nome della performance: PlopEgg#1, la nascita di un dipinto. WOW.)

O presentandosi, sempre nuda e con alcune scritte sul corpo, a una qualche edizione di Art Basel, salvo poi rimanere fregata nel momento in cui  Dorothee Dines, portavoce della fiera, le si è avvicinata spiegandole che non sarebbe potuta entrare: «Dal momento che lei sta svolgendo una performance, non posso lasciarla entrare. Art Basel mette in mostra diversi artisti, rappresentati ciascuno da una galleria. Queste persone hanno dovuto proporsi mesi fa per essere selezionate e partecipare alla fiera. E tutti sono tenuti a pagare una tassa. Per questo motivo, riteniamo che il suo gesto non sia corretto nei confronti degli altri» (citazione presa da InsideArt).

La stessa Milo Moiré che, per lanciare un messaggio in merito al diritto delle donne di non essere toccate senza consenso, si fa toccare le parti intime (protette da una scatola specchiata) per strada.

E qua mi incazzo davvero, perché se c’è un messaggio che merita serietà e attenzione, che non può e non deve essere delegittimato, è proprio il diritto delle donne a sentirsi sicure e mai prede.

Allora parliamo magari di esperimenti sociologici, perché peggio della Moiré nuda che si fa toccare la passera dentro a una scatola specchiata tenuta insieme col nastro isolante – perdio, cerchiamo almeno di nobilitare un poco la cosa, no? – c’era solo la discreta fila di cercopitechi assatanati che non vedevano l’ora di infilare la mano lì dentro.

Qualcosa di un tantino più avvilente della performance del 1974 Rythm 0, in cui la Abramovich rischiò la vita mettendosi completamente nelle mani del pubblico. Con una differenza sostanziale: seppur ritengo che anche questa performance non fosse arte (così come non lo è il mangiare cipolle crude, altra esibizione sulla quale nutro più di qualche dubbio), di sicuro ha avuto il merito di essere un manifesto della bruttezza umana.

E poi ci sono quelle che non hanno nemmeno la dignità di esperimenti sociali, tipo le opere d’arte di Millie Brown, che beve latte colorato (rigorosamente in minigonna, mi dicono, che se non c’è un po’ di passera la cosa non funziona), lo vomita sulle tele e chiama l’atto action painting.

In un video di una sua performance la troviamo con aria assorta, intensa, quasi mistica, guardare i suoi sbrecci su tela. Immagino Pollock rivoltarsi nella tomba.

Pollock, sì. Quello degli schizzi di colore sulla tela. Eh, direte voi, ma come? Pollock schizzava colore sulla tela e la sua era arte, mentre vomitare latte colorato non lo è?

No.

Esiste una cosa chiamata, in linguaggio artistico, capacità di sintesi. Quello di Pollock è parte di un processo che l’ha portato a condensare la sua visione del mondo in una tecnica artistica. Questa vomita sulle tele.
Ve lo ripeto. Vomita sulle tele.

Arriviamo alla mia preferita: Yoko Ono.

Una che, dopo aver distrutto i Beatles, riempie vasetti d’acqua e vi scrive sopra i nomi dei VIPs con una etichettatrice 3M.

No, no, aspettate, ancora meglio: estate 2014, visito il Guggenheim di Bilbao. C’è la personale di Yoko Ono, e dal momento che il biglietto era ormai pagato, tanto valeva dare un’occhiata.

Beh, trovo una mela verde su una struttura in plexiglass . Ora, perdonatemi, non ricordo il nome dell’opera: probabilmente era qualcosa tipo “Mela verde”. Il problema non era la mela in sé, quanto la data di produzione dell’opera: 1966. La mela, ovviamente, era freschissima.

Cazzo, ditemi da che fruttarolo si serve Yoko Ono, perché se la sua mela dopo quasi cinquant’anni è così fresca, non oso pensare quanto le possa durare un cespo di lattuga.
Concludo, prima di diventare antipatico o di trovarmi 4 nichilisti alla Lebowski sotto casa: questa – a mio modesto parere – non è arte. Non come la intendo io, dal mio limitatissimo punto di vista da maestrante della penna, da ex archeologo fallito, da amante dell’arte classica.
Sento un vociare, in sottofondo, ho proferito l’impronunciabile: arte classica.

Evidentemente sono un matusa, un conservatore. Da noioso amante dell’antico non posso capire la grandezza di certe performance. Vi lascio così, con una statuetta di circa 4500 anni fa.

Gente che la modernità non sapeva proprio dove fosse di casa.

Reading Challenge 2021 – 1 trimestre

La lettura è un’amante che pretende tempo e attenzioni. Anche ai lettori più forti (e non mi sto mettendo nel mazzo, parlo di gente tipo mia madre che bene o male ha sempre un libro in mano e piuttosto rimanda tutto il resto, bollette comprese) capita di avere periodi in cui, per necessità o voglia, si legge poco.

disclaimer: segue delirio casuale sulle reading challenge. Se ti interessa solo vedere i libri che ho letto e una brevissima opinione a riguardo salta pure questa parte.

Personalmente parlando, negli ultimi anni ho letto poco, una ventina di libri all’anno. Alcuni finiscono nell’elenco di Goodreads (qua il mio profilo, nel caso vogliate chiedere l’amicizia), altri no, ma più o meno siamo lì.

All’inizio di quest’anno mi sono ripromesso di dedicare un po’ di tempo in più alla lettura e di fissare la reading challenge 2021 a un totale di 50 libri. Uno alla settimana, un obiettivo impegnativo ma non troppo.

È anche un gioco di strategia: quando sei indietro sulla tabella di marcia è bene scegliere libri agili in modo da ritornare in linea. Alla fine di questo trimestre sono già indietro di 4 libri, e di sicuro i prossimi saranno La caduta e lo straniero di Camus. Insomma, prima di affrontare Delitto e Castigo devo andare in pari, altrimenti rischio di restare indietro.

Non c’è nulla di male nel leggere libri brevi. La qualità o l’impegno di un libro non vengono certo definite dalla lunghezza, ma dal contenuto e dallo stile. Certo che se per fare in fretta leggete porcherie come Fabio Volo o Melissa P meritate solo l’inferno (no, non si tratta di snobismo letterario. È solo questione di dare alla spazzatura il giusto peso.)

Taglio corto. Cosa ho letto in questi 3 mesi?

  1. Gli ultimi giorni della nuova Parigi – China Mieville
    Meh. È il primo libro che leggo dell’enfant prodige della letteratura weird e… non l’ho trovato certo “abbagliante”, come l’ha definito il Guardian. Intendiamoci, l’idea è assolutamente strepitosa (i nazisti e resistenza combattono in una Parigi dove le opere surrealiste hanno preso vita e i diavoli dell’inferno camminano per strada), la realizzazione un po’ meno. Tante citazioni e un certo livello di auto-compiacimento. Da qui a dire che sia un brutto libro c’è una distanza siderale, ma personalmente non mi ha folgorato lo stile (l’idea sì, motivo per cui darò a Mieville almeno un’altra chance). Voto: 3/5
  2. Se i gatti scomparissero dal mondo – Genki Kawamura
    Un libro strano. L’ho scelto per due motivi: i gatti (ovviamente) e la mia passione per il realismo magico. Ho amato Murakami (non la sua tendenza a ripetere sempre lo stesso topos) e quando l’ho visto a casa di un’amica me lo sono infilato in tasca borbottando “te lo rubo”. La storia è semplice. Un postino scopre di essere malato terminale di cancro e fa un patto con il diavolo: un giorno di vita in più per ogni oggetto a cui rinunciare, solo che la cosa in questione sparirà per sempre dal mondo. Quando tocca al suo gatto, Cavolo (ma che cazzo di nome è?), il protagonista rompe l’accordo. È un romanzo sulla rinuncia e sui rimpianti, con alcuni momenti davvero toccanti e altri piuttosto superficiali. Il problema principale credo stia nella traduzione dal giapponese all’italiano che in diversi passaggi rende la prosa quasi macchiettistica, così come l’utilizzo di formule ricorrenti che – sono sicuro – in lingua originale rendono assai meglio dell’orribile e reiterato “batuffolo di pelo” per riferirsi al gatto (il cui nome – Cavolo – è parte stessa del problema). Da leggere? Forse, di certo non indispensabile. Voto: 3/5
  3. Tieni presente che. Momenti nella mia vita di scrittore che hanno cambiato tutto – Chuck Palahniuk
    Se non scrivete, potete fare a meno. Ma se scrivete (o siete dei fanatici del buon vecchio Chuck) allora non potete assolutamente perderlo. Assieme a On writing, di Stephen King, è il manuale di scrittura che DOVETE leggere. Tante riflessioni importanti sul “mestiere” di scrivere e tanti consigli pratici, inseriti in una narrazione tagliente e sopra le righe. Di libri sulla scrittura ne ho letti davvero tanti, questo va dritto dritto in cima alla lista dei più importanti. Voto: 5/5
  4. L’inverno del nostro scontento – John Steinbeck
    Se non ricordo male, questo è l’ultimo romanzo scritto da Steinbeck. Il grandissimo, immenso Steinbeck. Qua andavo sul sicuro, sapevo che ne sarei rimasto incantato. L’inverno del nostro scontento è un libro bellissimo, con una prosa meravigliosa e – soprattutto – una storia perfettamente orchestrata sulla fortuna intesa come fortune nel senso più anglosassone del termine, ovvero i successi, i fallimenti e le opportunità che vanno e vengono come la marea. È la storia di una crisi morale e di quanto lontano (e vicino) possano andare le conseguenze dei piccoli gesti quotidiani. P.S. le descrizioni che fa della bellezza adolescenziale della figlia del protagonista, sono da brividi. Alta letteratura. Voto: 5/5 (edicheccazzostiamoaparlà)
  5. Memorie di un giovane medico – Mikhail Bulgakov
    Prima di far incontrare il diavolo alla bella Margherita, Bulgakov era un medico di provincia nella gelida campagna russa. Correva l’anno 1917 e questo povero, giovane e inesperto medico condotto si trova in mezzo all’umanità più varia, alle miserie e alle storie assurde dei contadini locali. È un libro che ho trovato bello e interessante per l’ironia pungente e la profonda umanità. In nove racconti Bulgakov l’ignoranza, le difficoltà, le tragedie della società contadina russa pre-rivoluzione. Davvero bello. Voto: 4/5
  6. La leggenda del Santo bevitore – Joseph Roth
    Una parabola, più che un racconto. Un clochard parigino di origine asburgica riceve da uno straniero una somma di denaro. In un flusso circolare di prendere e avere si racconta la perdizione e l’assoluzione di un uomo probabilmente migliore di tanti altri, di certo onorevole come pochi. Alla fine è un po’ la storia dell’autore, lui stesso esule alcolizzato a Parigi. Interessante. Voto 4/5
  7. Ebrei erranti – Joseph Roth
    Un saggio. Piccolo, molto interessante e – suo malgrado – pesantissimo. È una lucida disamina sulla diaspora culturale e fisica degli ebrei orientali nel mondo, sulle loro difficoltà, sulle meschinità, le grandezze e le speranze di un popolo eletto che è fin troppo umano. Se vi interessa la questione ebraica, Ebrei erranti è un librettino che offre un punto di vista molto particolare. Deve però interessarvi davvero, altrimenti lo mollerete dopo poche pagine. Per me è un 4/5, per altri potrebbe essere molto meno.
  8. Alle porte della Mongolia (alle sorgenti del fiume giallo) – Leonard Clark
    Doppio titolo per un libro pubblicato da Garzanti nel 1960 e che nelle edizioni successive diventa Alle sorgenti del fiume giallo. Partiamo da Leonard Clark: esploratore, avventuriero, spia, impiccione e ammazzasette ammmmericano che ha fatto del vagabondaggio un’arte. È lo stesso dell’eccezionale (e ben più famoso) I fiumi scendevano a oriente. Clark è uno di quei personaggi ombra che in qualche modo ha influenzato il corso della storia, organizzando attività di guerriglia e chissà cos’altro in Cina, Tibet e Mongolia in supporto alla frangia cinese musulmana e anticomunista di Ma BuFang. In questo diario di viaggio, Clark narra della spedizione del 1949 in Mongolia per cercare la mitica vetta dell’Amne Machin che al tempo si vociferava fosse più alta dell’Everest. Alla guida di una carovana di guerriglieri musulmani e tibetani affronta valli, laghi salati, fortilizi e accampamenti, banditi ngolok, predoni, monaci e capi-tribù in cerca delle sorgenti del fiume Giallo e della mitica vetta. All’aspetto più avventuroso si intrecciano considerazioni di tipo tattico e strategico (dopotutto era un colonnello dell’OSS americano) per ostacolare l’avanzamento della rivoluzione comunista cinese nei territori dell’asia centrale.
    Le considerazioni sono due: il quadrante centro asiatico è al centro degli interessi delle potenze mondiali dalla fine dell’800. Ciò che narra Clark è quindi storicamente accurato e perfettamente inseribile nel contesto geopolitico dell’epoca. Il suo resoconto è però tutto fuorché obiettivo e – sospetto – in diversi punti MOOOOOOLTO romanzato. Alcune osservazioni e aspetti culturali proprio non tornano – soprattutto se confrontati con quanto descritto in altri testi risalenti a una ventina d’anni prima (Giuseppe Tucci in primis). Il libro non è facile da leggere, ma è comunque un documento importante e appassionante, da prendere però con le pinze. Voto: 4/5 (perché sono appassionato dell’argomento, altrimenti 3/5).
  9. La sceneggiatura – Syd Field
    ***Attenzione: questo non è la traduzione di Screenplay, bensì dello Screenwriter’s workbook***
    Che dire: un testo tecnico sulla sceneggiatura, scritto bene (a volte un po’ ripetitivo) che ha il valore aggiunto di essere anche una guida per affrontare gli stati d’animo schizofrenici che affliggono gli scrittori di ogni sorta (soprattutto quelli che lo fanno per vivere). Se volete scrivere una sceneggiatura e non sapete come affrontare il lavoro, iniziate da qua. Attenzione però: questo libro spiega il procedimento, non l’aspetto tecnico. Voto: 5/5

Arriviamo alla fine: questo è quanto ho letto ad oggi, 9 aprile. In canna ho altri due libri: un manuale di scrittura e game design e una MERAVIGLIOSA raccolta di racconti di Marquez, La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata. È questa la naturale estensione di Cent’anni di solitudine (un capolavoro assoluto). Ma su questi due ci torniamo appena avrò scritto quel maledetto articolo sul realismo magico.

Se sarò bravo, a fine aprile ritornerò in pari (con un totale di 16 libri). Prossimo aggiornamento comunque a inizio luglio.

À bientôt, j’espère

Un po’ più onesto, ancora un po’!

Nella Masterclass di Storytelling di Neil Gaiman c’è un esercizio da far venire i capelli bianchi.

Per far pratica con l’onestà nella vostra scrittura scegliete uno dei seguenti momenti e scrivete qualche paragrafo a riguardo.

* un momento di profondo imbarazzo

* qualcosa di cui vi siete pentiti

* il momento più triste della vostra vita

* un segreto che non vorreste rivelare a nessuno

Mentre scrivete fate attenzione al vostro registro interno, in particolare a ciò che vi mette a disagio. Cercate di essere “un po’ più onesti di quanto non vorreste essere”.
Ricordate che essere coraggiosi non significa non aver paura. Vuol dire agire comunque.
Adesso leggete ciò che avete scritto a qualcuno di cui vi fidate. Fate attenzione a come vi esprimete e alle sensazioni fisiche che provate. Analizzate di cosa avete paura, quale giudizio temete e scrivetelo.

Esatto, è roba da incubo. Tutto con uno scopo: esercitare l’onesta nella scrittura, quella cosetta che permette di digerire la verità e trasformarla in verosimiglianza.
Questo strumentino di tortura mi ricorda una lezione di Raul Montanari – era il lontano 17/10/2015 – sulle leggi della narrativa. La prima, secondo Raul, è che il racconto è la scatola dove narrare la realtà della vita. Cito la trascrizione che ho trovato su un quaderno di appunti:

La narrativa funziona quando è verosimile nei dettagli e nella coerenza interna. Quando dobbiamo scegliere tra verità e verosimiglianza è opportuno scegliere la seconda, perché rientra nell’ordinamento del mondo del lettore. Se la verità è fondamentale per la narrazione, usiamola. Altrimenti la verosimiglianza è sicuramente più opportuna. La domanda da farsi è la seguente: è necessario che il lettore conosca l’esatta verità? Se la risposta è no, allora la verosimiglianza è più che adatta.

Un esempio è Arancia Meccanica di Burgess. La scena dello stupro si ispira a un fatto reale: la moglie dell’autore è stata picchiata e violentata da quattro soldati americani nel 1942. Burgess ha preso un evento così traumatico e doloroso e l’ha utilizzato come base per la scena descritta nel libro. Ai lettori, infatti, non serviva la verità, ma era necessaria la verosimiglianza.

E l’onestà dell’esercizio, allora? Beh, quella è tutta pratica per fare i conti con noi stessi e riuscire a elaborare la verità e poterla utilizzare in modo verosimile in ciò che scriviamo.

Ok, fin qui tutto bene. Gli scrittori – professionisti o amatori, bravi o scarsi, umili o pieni di sé – hanno tendenze sadomasochistiche, mi sembra evidente. Si assumono il ruolo particolare di narratori e per farlo si sottopongono a tutta una serie di torture autoinflitte. Ma lo stesso esercizio di cui sopra è davvero utile anche per chi non ha alcuna velleità scrittoria. Aiuta a fare i conti con i propri dolori e a prendere le giuste distanze dai momenti più bassi della vita.

In Doctor Sleep, di Stephen King, il protagonista Danny Torrance (sì, quel Torrance; Doctor Sleep è il seguito di Shining) è adulto e ha alle spalle una storia di alcol. Ha un segreto che lo angoscia e che è presente come una macchia scura per tutto il libro. Quando riesce a liberarsene durante una seduta di auto aiuto, si rende conto che il segreto è atroce per lui, ma per gli altri è solo un’altra triste storia come tante.

Il messaggio per il lettore (e col quale il lettore si relaziona) è semplice: vivi i tuoi demoni con più leggerezza, perché non sei solo e non sono i peggiori sulla piazza. La verosimiglianza della scena rende fruibile il contenuto che si aggancia al vissuto di chiunque, perché tutti abbiamo qualche scheletro nell’armadio.
Questa verosimiglianza che King riesce a mettere in campo deriva dalla verità, ovvero dalla sua esperienza diretta di alcolista così ben descritta nel saggio On writing: autobiografia di un mestiere.

Raul Montanari ha ragione (e con lui Gaiman, King e tutti gli altri. Cazzo, lo dice anche Aristotele!): il rapporto onestà/verità/verosimiglianza è LA BASE della narrazione. Senza ci sono solo parole vuote, magari belle ma prive di appeal.

Vi lascio così, con una citazione sulla poetica aristotelica trovata in giro sulla rete.

Ma che cosa è la verosimiglianza? Secondo Aristotele è un qualcosa di intermedio fra la verità e la falsità, cioè qualcosa che forse è accaduto e forse no, ma sarebbe potuto accadere e che potrebbe accadere; non importa insomma che una vicenda sia vera, importa che sia verosimile.

(Poi su aletheia (verità) ed eikós (possibile, verosimile) ci torniamo, va’, così parliamo un po’ di realismo magico.)

Ricomincio da qui

Ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di guardarsi allo specchio e ammettere che qualcosa non va. Che la vita ha preso una piega che non avresti desiderato e che la responsabilità è tutta tua.

Troppo facile dare la colpa agli altri. Al lavoro, alla società, ai genitori, ai vaccini, a quella stronza della tua compagna che alla festa delle medie si è rifiutata di baciarti al gioco della bottiglia.

Non che tutto questo non influisca, ma la decisione, alla fine della giornata, è nostra: se nonostante tutto credere nella follia del cambiamento o restare nella zona di comfort e accontentarsi di ciò che passa il convento. Ignavia e accidia, questi sì che sono peccati capitali. Altro che lussuria o gola. Siamo abituati a vendere la nostra anima per una comoda, piatta, illusoria e fottuta zona di comfort.

Sono anni – ANNI – che mi lamento del mio lavoro, del copywriting, di non riuscire a trovare le energie da dedicare alla scrittura, a un blog, a un progetto personale che non sia conoscere le pornostar del mainstream americano per dettagli anatomici. Il punto è che se alle cose non ci credi in prima persona, semplicemente non succedono. Non si formano nemmeno le condizioni perché avvengano se non in quel liquame di aspettative irrisolte che sono i sogni a occhi semichiusi delle sei del mattino.

Ora cerchiamo di concretizzare un poco: perché vi svango la ciolla con questo delirio esistenziale? Un nuovo modo per lamentarsi e non agire? Una sorta di malvagia meta-neghittosità?

Nein.

Questo giro ci ho creduto e ricomincio da qui.

Ho finito la prima stesura del mio romanzo dal titolo assolutamente provvisiorio di Elettra e i vecchi ragni. Un progetto nato da una promessa fatta quindici anni fa a un’amica, e che sotto pressione di quella pover’anima di Ambra – amica carissima, editor e avvocato delle cause forse non così perse – ho ripreso in mano esattamente un anno fa.

Dodici mesi di ripensamenti, interruzioni, dubbi, semi abbandoni. Praticamente una storia adolescenziale, con Ambra che con garbo e intelligenza soffiava sulla fiamma per tenerla accesa. Mi ci ha fatto credere davvero e alla fine ci sono riuscito.

Quello che è nato come un tentativo si è trasformato in una reazione a catena che mi ha portato, non senza crisi esistenziali, a capire che forse a essere sbagliate erano le strategie.

Il non-crederci. Eccola lì la scintilla magica. Sembra una frase da pessimo libro di auto-aiuto, ma è vero. È una realtà semplicissima, sotto gli occhi di tutti eppure altrettanto difficile da coscientizzare. Se non ci credi tu, nessuno lo farà per te.

Problema risolto?

Col cazzo, abbiamo appena iniziato. Non è un interruttore acceso/spento, né l’illuminazione di Jake Blues. È qualcosa che in un attimo ti sfugge dalle mani e ti ritrovi di nuovo nello stesso pantano di sempre.

In una botta sola cerco di liberarmi di un lavoro ormai tossico, di reinventarmi lavorativamente e di mettere la mia scrittura al servizio di me stesso e non dei quattrini degli altri. E magari di camparci senza dover per forza scrivere centinaia di testi commerciali, articoli, social-post che aggiungono solo letame a una situazione che puzza di merda del suo.

Illuso! urla il coro di detrattori. Illuso! urla la voce nella mia testa. Illuso! urla chi ha paura del cambiamento.

Illuso! urlavo allo specchio.

Arianna mi ha comprato dei tappi per le orecchie e Ambra mi ha messo in mano un sasso per rompere lo specchio.

Magari sbaglio tutto di nuovo, intanto ricomincio da qui.

Schegge di retorica mediatica (come fottervi con la vostra stessa testa)

2 ottobre 2014. Al tempo lavoravo ancora in rassegna stampa e cosa succede? Come tutte le mattine apro La Stampa e mi faccio una bella sghignazzata. Considerate la situazione: pieno allarme ebola, epidemia dell’anno e grave emergenza umanitaria. Allora la situazione sembrava gravissima, tutti si cagavano sotto. Adesso c’è il COVID che ci usa come carta da culo da un anno e mezzo e l’ebola non se lo ricorda più nessuno.

Tanto per capirsi, in quegli anni tendevo un tantino all’ipocondria. Non avevo ancora scoperto il Nepal, grande catarsi che ha avuto anche il merito di lenire le mie paure. Ancora oggi il problema è che non mi piacciono le situazioni fuori controllo tranne quando riesco a controllarle (sembra un affermazione piuttosto ossimorica, vi assicuro che non lo è) eppure cerco di mantenere una visione un poco più critica.

Quindi me la ridevo nonostante l’ipocondria, e certo non per cinismo. Parliamo di un’epidemia che rischiava di fare un vero casino (vi ricorda qualcosa?), la serietà avrebbe dovuto essere d’obbligo.

Insomma, cosa c’entra il mio divertimento con il fatto che a Dallas fosse stato rilevato un caso di ebola e che 18 persone fossero finite in quarantena?

Semplice: il tono, il mood di tutto l’articolo, era una bella polpettina avvelenata di retorica.

Io con le parole ci lavoro. Faccio il copywriter da anni e per altrettanti ho lavorato in rassegna stampa, attività che presuppone leggere decine e decine di articoli al giorno. Parole, parole, parole. E quelle che potete leggere nell’articolo (o meglio il modo nel quale sono utilizzate per costruite le frasi) sono usate proditoriamente al fine di creare allarme.

Già in passato mi ero occupato di retorica e giornalismo, ma questo articolo è perfetto per rincarare la dose e aprire gli occhi di chi legge i giornali, magari solo saltuariamente, e non si rende conto che come si scrive qualcosa è addirittura più importante di cosa si scrive.

Analizziamo l’articolo:
Titolo: Ebola, il malato americano ha viaggiato anche in Europa

Sottotitolo: Caccia a chi è entrato in contatto con l’infettato. Ci sono dei bambini

Ora, già questo è sufficiente per capire il tenore, ma tanto per rendere chiare le cose: il titolo contiene tutto ciò che serve per attirare l’attenzione. Ebola (con la E maiuscola, attenzione!), americano, Europa rappresentano il triangolo semantico perfetto: focalizzano l’attenzione del lettore sul fatto che l’ebola è arrivato in america, e l’ha fatto passando per l’Europa. Poco importa il come o le tempistiche o qualsiasi altro ragionamento razionale si possa e debba fare. Il titolo deve suscitare un’emozione tanto forte da indurre il lettore a proseguire.

Il sottotitolo rincara la dose (siamo già nel retorico spinto, ma a questo punto il lettore meno accorto ha già un piede nel cosiddetto imbuto).

Le parole fondamentali qua sono altre: caccia, infettato, bambini.

Iniziate a capire come funziona il giochetto eh? È tutto lì, nero su bianco.

Quello che viene dopo è puro cincischiare con le paure della gente: la frase d’apertura è:
“L’ordine è quello di evitare il panico, dopo il primo caso di Ebola diagnosticato negli Stati Uniti, ma ogni ora che passa aggiunge particolari preoccupanti a questa storia”

E voi, a questo punto, ci siete dentro con tutte le scarpe. L’autore, Paolo Mastrolilli, non è certo un giornalista di primo pelo, anzi: è una delle vecchie volpi de La Stampa. Sa perfettamente cosa vuole e come ottenerlo utilizzando uno dei mezzi di persuasione più potenti che esistano: la retorica.

Che, citando wikipedia, altro non è che un metalinguaggio il cui scopo finale è la persuasione.

Ed è lo stesso metalinguaggio che permette a un ADV di convertire, a un post di ricevere interazioni e condivisioni e nella vita spiccia di convincere la vostra ragazza che andare in vacanza con gli amici in Croazia a sfondarsi di alcool è un’ottima idea. Il giornalismo vive di retorica, ma questa è presente in moltissimi aspetti della vita quotidiana. Ormai la usano anche i complottari (soprattutto loro!)

Come ho già detto da qualche altra parte, ciò che fa la differenza è la consapevolezza, riuscire a discernere tra ciò che è scritto e i metasignificati infusi ad arte per ottenere una determinata reazione. La consapevolezza si costruisce, leggendo e informandosi, addentrandosi nella notizia, comparando diverse fonti. Un altro esempio è presente in quest’articolo: nella chiusura (le ultime due frasi, solitamente destinate a consolidare un’opinione nel lettore attraverso un’affermazione dal valore empatico) troviamo un richiamo a un’evento che una semplice ricerca su internet può ridurre notevolmente nei contenuti e nel significato. Riporto:

Nel frattempo, a Rhode Island, è morto un bambino che aveva contratto un altro virus misterioso chiamato EV-D68. Non è legato all’Ebola, ma si aggiunge alla paura del contagio.

Ci siamo, di nuovo. Bambino, contagio, l’utilizzo della parola ebola con la E maiuscola. Il tutto converge per rafforzare nel lettore il senso di catastrofe imminente. Salvo poi informarsi, fare una ricerchina su internet e scoprire che il virus EV-D68 non è misterioso, è semplicemente un enterovirus ben conosciuto dal CDC americano. Ma al lettore poco curioso questo importa poco – la conversione è realizzata e il sentimento di allarme è ben consolidato.

E la magia è compiuta.

Ho fatto un giro molto, molto largo. Volevo arrivare agli eventi di questi ultimi giorni, nel secondo anno della pandemia, perché dalle parti di Napoli (ma a dire il vero in tutta Italia) ululano contro i vaccini antiCOVID per un’insegnante morta di infarto intestinale causato da un’ernia, mentre sui giornali imperversano false correlazioni costruite ad arte.

Intanto i gruppi editoriali fanno audience, i no-vax raccolgono proseliti e sale la diffidenza.

Nulla di nuovo sotto il sole, ma sarebbe ora di finirla con le stronzate.

La potenza di un’immagine

Lo so, sono in ritardo. Lo sono sempre. In questo caso di qualche anno.

Quando ho scritto questo articolo, in realtà avevo in programma di rompervi le uova con una recensione e un editoriale che parlasse di copywriting e invece ero a Londra – città alla quale mi sento di appartenere e nella quale con ogni probabilità non vivrò mai – a uccidermi di birra e British Museum.

Ho visitato il British ormai una decina di volte. Conosco la singola posizione dei reperti, e tutte le volte che mi trovo di fronte agli ortostati assiri della caccia al leone vengo colto dalla commozione. È più forte di me, è come se provassi lo stesso dolore di quei felini trafitti dalle frecce del re. Per chi non sapesse a cosa mi riferisco ecco un’immagine.

Il dolore è reale. Lo puoi toccare (ecco no, magari toccare no. C’è sempre una guardia dietro l’angolo a proteggere le opere d’arte dai fanatici morbosi come me e dai pennarelli dei ragazzini), quasi puoi annusare l’odore metallico del sangue, il rumore del ruggito che si spegne in un gorgoglio. Quelle zampe abbandonate e incapaci di risollevarsi sono sofferenza pura.

Magari un giorno metto in piedi una gallery con altre foto di questi splendidi bassorilievi che ornavano il palazzo di Ashurbanipal a Ninive.

Ciò che voglio puntualizzare è il valore evocativo di un’immagine (e vero motivo alla base di questo post) e come possiamo utilizzarlo per la nostra scrittura.

La scrittura è meravigliosa anche per il suo potere di creare veri e propri affreschi di quanto leggiamo, con il solo aiuto della nostra immaginazione o εἰκασία, ovvero la capacità di rappresentarsi cose non presenti in atto alla sensazione. Come fruitori di letteratura, il viaggio finisce qui: leggiamo e immaginiamo. Ma come scrittori abbiamo la possibilità di utilizzare il processo contrario, cosa forse non scontatissima: le immagini possono aiutarci a stimolare la nostra fantasia, a focalizzare, a descrivere un ambiente, una scena, un personaggio.

nulla è lasciato al caso

Faccio uso di questa tecnica da un po’, e lo spunto mi è giunto da mia madre (illustratrice e arpia, ma questo è un giudizio del tutto filiale) qualche anno fa, quando le mostrai una delle tavole di BlackSad (una delle mie graphic novel preferite, della quale ho scritto sulla fu Rivista Fralerighe). Nel momento stesso in cui le ho mostrato l’illustrazione mi ha detto “c’è uno studio dietro, quasi di sicuro con delle foto. Nulla è lasciato al caso”. Mia madre dice un sacco di cose, ma quando parla di illustrazione mi fido ciecamente. E in effetti ha senso: perché un illustratore non dovrebbe ispirarsi alla realtà? E perché non dovrebbe farlo uno scrittore?

Com’è ovvio non mi sono inventato nulla. Ho scoperto più tardi che, come me, moltissimi altri scribacchini traggono ispirazione nelle immagini. Io ho trovato un validissimo alleato in Pinterest, che mi permette di cercare, raccogliere e catalogare immagini che poi utilizzo senza ritegno per ispirarmi. A volte (come nel caso della board Parigi 1880) servono per calarmi in un’ambiente che non conosco, altre ancora da sole racchiudono una forza simbolica da mettere in atto il processo creativo.

È questo, ad esempio, il caso di un’immagine bellissima che rappresenta il gatto di Alien, Mr. Jones con una larva di xenomorfo in bocca. Un gatto su un’astronave che – nonostante la fantascienza che lo circonda – si comporta esattamente secondo la sua natura felina. E io, che per la testa ho da un po’ di tempo in progetto una serie di racconti di fantascienza nei quali gli animali viaggiano per le stelle a fianco dell’uomo, ho provato il rimescolamento e il prurito alle mani che sempre mi coglie quando ho l’urgenza di partorire una storia.

Le immagini sono importanti. La vista è il nostro senso più forte, e impatta sulla nostra percezione della realtà. Utilizzare l’arte, la fotografia e il disegno per focalizzare la nostra creatività è più che lecito, e forse addirittura fondamentale per dare vita a storie più vivide e vibranti di colore e dettagli.

Capita, a volte, che la penna si secchi, che l’inchiostro fatichi a uscire, che l’immaginazione balbetti di fronte a un intimidatorio foglio bianco. Fate un esperimento: trovate una foto, un’illustrazione, un quadro la cui vista vi faccia vibrare, immaginate una storia e scrivetela.

Scoprirete che è assai più facile di quanto pensiate.

Delirio stampato (e profumato di Gesù)

Ecco un altro articolo scritto nel 2013, quando lavoravo in rassegna stampa. Lo riesumo giusto giusto per voi.

Arrivo forse un poco in ritardo, ma venerdì 22/11/2013 l’informazione stampata ci ha donato alcune notizie direi memorabili.

Prima di mostrare queste perle è opportuno sapere che il venerdì è il grande giorno dei periodici settimanali. Il Venerdì di Repubblica, L’Espresso, Panorama (che ultimamente anticipa a giovedì), IL, Gentleman, Il Mondo, Famiglia Cristiana e chi più ne ha più ne metta.

Alcune di queste sono meno pecorecce di altre: mi viene in mente Il Mondo, ad esempio, che tratta quasi esclusivamente di economia e finanza (EDIT: ho scritto l’articolo nel 2013, qualche mese prima che la rivista sospendesse le pubblicazioni dopo 45 onorevolissimi anni nel febbraio del 2014 ). I contenuti non sono affatto male, se dimentichiamo il fatto che la stragrande maggioranza degli articoli sono firmati da Daniela Polizzi e Carlo Turchetti. La Polizzi è vicecaporedattore, il che mi lascia pensare tre cose:

a) Ha una squadra di ghost writers dietro che scrivono tutta la settimana
b) È la sola dotata di giorni con 36 ore, non dorme e ha trovato il modo di documentarsi e scrivere almeno 3 articoli al giorno (oltre alle incombenze da vicecaporedattrice)
c) Ha schiavizzato il povero Turchetti, che scrive tutto da solo.

A parte gli scherzi, moltissimi articoli della testata sono scritti da questo magico duo. Impressionante.

Insomma, stavo facendo la mia bella rassegnina quando sul Venerdì del 22/11, pagina 34, mi imbatto in questo incredibile articolo (dai toni fortemente sarcastici):

Il “profumo di Gesù” ultima trovata delle Pentecostali

Firmato da Gabriella Saba, l’articoletto ci racconta di come i pastori evangelici Sonia Hernandes e sua figlia Fernanda giurano di aver testato personalmente i prodotti del kit Divinessence con profumo di Gesù prima di lanciarli sul mercato brasiliano.

Poco più avanti la dichiarazione che ha creato ilarità all’interno dell’ufficio:

Abbiamo studiato a lungo per trovare la giusta miscela di ingredienti per produrre esattamente quell’aroma.

Sonia e Fernanda Hernandez

Fenomenale. Immagino nel laboratorio: “Aggiungi un po’ di essenza di fieno, aggiungi dello sperma d’asino e dello stallatico di bue. Come nota di testa voglio l’aroma di “Palestinese sudato in ciabatte”.

Et voilà, il profumo di Gesù (che invece temo sia tutt’altro dalla mistura da me descritta) è servito.

Vi invito a recuperare l’articolo e a leggerlo, è spassoso. La brava Gabriella Saba tiene il sarcasmo in ottimo equilibrio.

Vittorio Feltri, impegnato a dimostrarci che le arterie non si intasano. Mai.

Decisamente meno equilibrato, invece, è il sarcasmo dell’editoriale di Vittorio Feltri, su Il Giornale (sempre venerdì 22/11, prima pagina con proseguo all’interno) dal titolo “Noi pigri moriremo presto, ma non sudati“, dove il nostro emerito editorialista risponde al “terrorismo” lanciato da uno studio dell’OMS che sostiene che

L’assenza di esercizio fisico causa un milione e 900mila decessi all’anno al mondo senza contare oltre due milioni e mezzo di morti dovuti a sovrappeso e obesità.

OMS

Il meglio deve ancora venire, e il nostro Feltrone nazionale deve ancora carburare, cosa che fa dopo qualche riga. Cito:

All’Organizzazione mondiale della sanità vorrei chiedere in base a quali elementi si è stabilito che milioni di persone vanno al creatore perché non si affaticano in palestra, evitano di correre ( come invece fanno quei deficienti paonazzi e col fiatone che si incontrano ogni tre minuti sui marciapiedi delle città), non frequentano piscine (piene di umidità, dannosissima alla salute), preferendo il riposo e odiano specialmente i ciclisti amatoriali, cioè gli sportivi più irritanti che le tentano tutte per essere travolti dalle auto e purtroppo non ci riescono.

Vittorio Feltri

Non proseguo oltre, l’editoriale prosegue in maniera delirante, citando a casaccio Andreotti e la decomposizione che ci renderà tutti magri in qualsiasi caso.

Questa, signori miei, è l’informazione che si fa al Giornale. Davvero, andate a leggere l’articolo: ma d’altronde non sono certo da prendere sul serio. È risaputo che persone deficienti come me, che si trovano più volte a settimana paonazze e col fiatone, non hanno cognitività sufficiente per replicare a un tale esempio di grande giornalismo.

Grande Vittorio, sei tutti noi.

L’antica arte del cinghiale

1 commento

Una mia amica, pochi giorni fa, mi ha detto: “Guarda che il tuo blog era seguito proprio per il sarcasmo e gli strali che lanciavi”. Non sia mai detto che non ascolto la saggia voce di Ambra. Ho riesumato questo articolo solo per voi.

 

Antica perché di illustri cinghiali è piena la storia e io sono solo una setola sul culo del grande verro cosmico. Di quelli letterari poi, sono piene le pagine.

Condividi anche tu un Hank sbronzo con il suo gatto.

Fiumi di inchiostro per firmare una dichiarazione d’intenti nei confronti delle donne e dell’abuso del proprio corpo, come ben insegna il buon vecchio Bukowski.

Nel mio caso, trangugiare improbabili quantità d’alcol e lanciarmi in improbabili dissertazioni sul sesso e sull’esistenza ha forse a che fare con l’essere veneto e con un mal di schiena che ogni poco si presenta alla mia porta come una ex-moglie sfaccendata in cerca di alimenti.

Ci siamo divertiti, io e la mia schiena, ma ora apre le gambe solo per divertirsi alle mie spalle. LETTERALMENTE.

Dico questo da sdraiato sotto una pineta in Grecia, fatto di valium e cortisone per tenere a bada il dolore, mentre una delle ragazze della piazzola a fianco è piegata a novanta gradi per raccogliere qualcosa da terra.

Il dubbio che non ci fosse altro motivo per farlo se non per mostrarmi le terga come una gatta in calore, c’è.

Mi perdo qualche minuto – forse qualcosa di più – a fissare questo monumento al culo.

Che siano le benzodiazepine o solo una fervida immaginazione poco importa, vengo catapultato in una delle mie fantasie preferite, quella dove immagino animali al posto delle persone.

Sedute sull’autobus, in fila alla cassa, al supermercato. Sul vialetto passano tre cerbiattine, una specie di bue si gira a guardarle interessato. Piccoli lemuri fastidiosi su biciclettine minuscole – non più di sei anni umani – si aggirano in gruppo, pronte a lanciare la loro cacca addosso alle persone, sicuri che i caratteri neotenici possano garantire loro una certa incolumità. In spiaggia poi è la fiera della biodiversità, tra ratti, cani, manguste, uccellacci e forme di vita più o meno evolute.

Tempo fa – molto tempo fa – dividevo il mondo in predati e predatori e immaginavo le persone come cerbiatti, cervi e antilopi aggirarsi in mezzo a lupi, leoni e altre fiere.

Una delusione tipicamente adolescenziale, spinta dalla necessità di ridurre la realtà a qualcosa di più gestibile, in un manicheismo privo di spazio per qualsiasi ombra o sfumatura di grigio. Solo nero e bianco, luce o buio.

Il tempo ha preso a calci me e la mia integrità, mi ha lavorato ai fianchi come un celerino ammorbidirebbe una zecca da centro sociale a colpi di manganello, giusto per rendere la carne un po’ più tenera e frolla, e mi ha fatto capire una cosa: l’intuizione sull’animalità, sulla presenza di uno spirito guida per ognuno di noi, era corretta nella sua essenza, ma andava rivista. Profondamente.

Non si tratta di una cosa da fricchettoni con i capelli lunghi. L’identificazione con qualcosa che incarni le caratteristiche che riteniamo di possedere è qualcosa di fin troppo umano.

È alla base della pletora di tatuaggi che rappresentano scorpioni, draghi, leoni, falchi, lupi e via dicendo, e questo solo per citare la parte maschile, altrimenti dovremmo aggiungere delfini, fenici, unicorni e fate, in un caravanserraglio di desideri inespressi e tentativi più o meno riusciti di erotizzazione o sensualizzazione, buttandola in culo a Lombroso che – più o meno un secolo e mezzo fa, ne L’uomo delinquente, Milano, Hoepli, 1876 – perdeva tempo a classificare non senza una certa ossessione i tatuaggi di centinaia di marinai, soldati e puttane (tutta gente più interessante della maranza modaiola di oggi) e a classificare ben otto motivi per cui tatuarsi.

Mai nessuno che decida di tatuarsi una cazzo di pantegana o una zanzara. O una cozza. Già, perché quelle caratteristiche che tanto piacciono ai più sono impersonate da pochi, mentre molte sono le persone che dovrebbero riconoscersi in un animale guida scelto tra le forme di vita più vili.

Conosco persone il cui spirito totemico potrebbe essere tuttalpiù un parassita protozoo, per non parlare di tutti coloro che dovrebbero essere derubricati – tanto per citare il sergente Hartman – a pezzi informi di materia organica anfibia comunemente detta “merda”.

Il teatrino di solito è il seguente:

Va là, che bel tatuaggio. Un lupo che ringhia e ulula alla luna. Immagino ti rappresenti. Suppongo ti piaccia Hesse.

Si intuisce un piccolo cortocircuito dietro agli occhi porcini del povero malcapitato, impegnato a decifrare un sarcasmo che non comprende a pieno. Il dilemma è risolto in fretta con una risposta caparbia.

Eh sì, risponde, perché sono uno spirito libero, viaggio da solo fino a che non troverò la mia compagna. Intanto mi diverto.

Nella mia testa si compone l’immagine di un parassita intestinale, cresciuto dentro a un maiale e tutto impegnato ad ammorbare le funzioni intestinali altrui, altro che lupo.

Vorrei dirgli Fai cagare! giusto per rimanere in tema viscere, ma lascio perdere perché non ho davvero bisogno di un’altra querela.

Dovremmo trovare una misura più ragionevole per l’ego. Il punto è che tutti vorremmo essere qualcosa d’altro, di più nobile e bello. Più forti, più coraggiosi, più affascinanti. Più NON NOI.

Darò il buon esempio. Fanculo a gatti e compagnia cantante, il mio animale guida è il cinghiale. Di quelli italiani, piccoli e rompicoglioni, buoni solo a fare danno. Grufola, il cinghiale, rovista tra le foglie e rovina il raccolto del povero contadino perché a lui non frega un cazzo di niente che non sia mangiare, accoppiarsi e rotolare nel fango. E non è questa la logica della vita? Lo è, almeno fino a quando non farà incazzare il contadino sbagliato. E allora, nonostante la sua natura scorretta e fastidiosa, si trasformerà come quella maiala di Cenerentola in un meraviglioso salame norcino.

Qual è il senso di vivere un’idea che non ti appartiene, inseguita con disperazione, fino alla simulazione? Quanti ne conosco di persone che non sono chi dicono di essere? E di me, soprattutto, si potrebbe dire lo stesso. Perché siamo codardi, vigliacchi, impostori. L’intero genere umano lo è.

In vino veritas, dicevano i latini, e non perché le persone dicano la verità quando sono piene di alcol come ciliegie sotto spirito, ma perché finalmente mostrano ciò che sono, abbandonano la maschera e tornano alla loro forma base. Mai credere in un astemio per scelta.

Ha sicuramente qualcosa da nascondere.

Fisiognomica, Lombroso e i modelli umani

Sembra il maestro Miyagi e invece no, è Cesare Lombroso

Quanto segue è la ripubblicazione di un vecchio articolo scritto anni fa su questo stesso blog. Come al solito non prendetemi troppo sul serio, sarebbe tempo perso. 

Non mi stancherò mai di dirlo: Cesare Lombroso, mio stimatissimo concittadino, era una mente sopraffina. Certo, le sue idee erano talvolta un po’ radicali e di sicuro figlie del suo tempo (siamo alla fine del 1800), tuttavia il nostro amico era un positivista. Un pensatore. Uno scienziato. (Qua un bell’articolo di Wired su Cesare Lombroso)

E poco importa se avesse delle idee bislacche di tanto in tanto, applicava un metodo scientifico affatto male. Giusto per amor di precisazione, il primo archivio fotografico del tatuaggio l’abbiamo grazie ai suoi studi: migliaia e migliaia di foto di marinai, soldati, puttane e low-lifers con il corpo dipinto, inciso, marchiato. Lo studio del tatuaggio, strettamente correlato alla sua idea di base – ovvero che la tensione all’atto criminale fosse innata – gli ha permesso di catalogare antropologicamente le motivazioni del tatuaggio in categorie che io stesso, nella mia tesi di laurea, non ho potuto far altro che constatare come corrette e perfettamente pertinenti.

Ora, il punto dell’articolo non è certo la mia tesi né la storia del tatuaggio, quanto piuttosto un fenomeno percettivo che chiunque sia dotato di memoria fisionomica non può ignorare.

Esistono dei gruppi umani, nemmeno troppi, dei cluster di caratteristiche fisionomiche che portano, in casi estremi, a una somiglianza inquietante tra persone non imparentate tra loro. La stessa somiglianza che probabilmente sta alla base del mito del Doppelgänger.

Cesare Lombroso non s’era inventato nulla: aveva sovraimposto una struttura psicologica e antropologica a un fenomeno già percepito e riconosciuto fin dall’antichità (si parla addirittura di un trattato aristotelico a riguardo). In pratica, a determinate caratteristiche fisiche, si deducevano diverse qualità morali. E pertanto ci troviamo con personaggioni come Leonardo o Michelangelo che si appassionavano alla fisiognomica:

«Nello stesso passo, Condivi accenna all’intenzione di Michelangelo di scrivere un trattato di anatomia con particolare riguardo ai “moti” e alle “apparenze” del corpo umano. Esso evidentemente non si sarebbe fondato sui rapporti e sulla geometria, e nemmeno sarebbe strato empirico come quello che avrebbe potuto scrivere Leonardo; i termini “moti” ( che fa pensare alle “emozioni” oltre che ai “movimenti”) e “apparenze” fanno invece ritenere che Michelangelo avrebbe insistito sugli effetti psicologici e visuali delle funzioni del corpo.»

Lungi da me sostenere che a determinate caratteristiche fisiche corrispondano qualità o pecche morali – anche se conosco delle facce di cazzo che sono marce anche nell’animo – però, da bravo bimbo dotato di memoria visiva e quindi di buona capacità fisionomica (ovvero di riconoscere tratti somatici) mi sono reso conto in fretta che, a un certo livello, i tratti del volto delle persone tendono a raggrupparsi.

Margot Sikabonyi

E pertanto ho realizzato che conosco almeno 3 modelli Michele e due modelli Francesco. Adesso vi farò un esempio molto semplice, utilizzando le foto di due attrici. La prima, tale Margot Sikabonyi, era la ragazzina di un medico in famiglia. La seconda, invece, è Sarah Sanguin Carter, attrice di Falling Skies.

Sarah Sanguin Carter

Vi posso garantire che conosco almeno altre due ragazze che presentano tratti somatici pressoché identici. E una, fatalità, proviene dalla stessa area geografica di Margot Sikabonyi.

Insomma, quando si dice una faccia una razza – ahimè spesso in maniera dispregiativa – non si va tanto distante.

Un altro caso interessante è quello dei video cospirazionisti / complottisti / illuminati / glialieniciporterannovia.

Ve ne incollo uno qua sotto perché, tutto sommato, sono piuttosto suggestivi:

Su internet è pieno di queste fregnacce. Lo spartiacque è sempre il buon vecchio rasoio di Occam: inutile tirare in ballo viaggi nel tempo o cose assurde, il punto è che noi esseri umani siamo tutti una grande famiglia (alla faccia di chi sostiene ancora l’esistenza di razze per sopperire alle propri complessi d’inferiorità), e l’emergenza di alcuni gruppi somatici non dovrebbe certo stupire.

La cosa che mi piace di più è scoprire facce che non si vedono in giro. Per esempio – e non è una vanteria, sia mai – i tratti somatici di mio padre (ereditati da me e da mio fratello David – meno da mio fratello Francesco) sono poco comuni, per lo meno qua in Italia. La cosa curiosa è che il nostro cognome, Della Rossa, è poco diffuso in Italia, mentre è piuttosto comune in sud America. Insomma, mi immagino un paese argentino pieno di facce da culo come la mia che mi guardano brutto da sotto i baffi (in famiglia i baffi sono un’istituzione).

E quando chiedo a mio padre, che ha viaggiato moltissimo in vita sua, “Papà, non è che per caso ho fratelli sparsi in giro per il mondo?” la risposta è sempre la stessa:

“E tu perché non ti fai i cazzi tuoi?”

What goes around, comes around

Un divano, una sala dai soffitti alti alti, una casa che – sebbene buia, come tutte le case dei vicoli genovesi – mi piace da impazzire. 

Attorno a me gli strumenti, il portatile sulle ginocchia, la gatta sul cuscino e il cane sul tappeto. Russano entrambi. E io che apro il blog e sputo un post, così, per una serie di fortunati eventi.

Il punto è che a volte la vita sembra venirti addosso. Nonostante i programmi qualcosa di imponderabile decide per te, stravolge i piani o li asseconda, rende possibile l’impensabile, unisce i puntini e scombina le carte.

Succede, allora, che la scrittura (quella creativa, le storie che avevo accantonato per fare spazio alla musica) gratti dietro la porta della coscienza e si presenti come un’opportunità che sarebbe stupido rifiutare. Che il mio lavoro come copywriter prenda strade inattese e torni a emozionarmi. Che le arti marziali riprendano a far parte della mia routine e che abbia ritrovato il piacere di cucinare e di stare con gli altri.

Insomma, sembra l’alba dei morti viventi, ma sono morti belli. Sono resurrezioni, più che riesumazioni.

Al di là degli unicorni che vomitano arcobaleni (perché sì, sono sempre il lamentone di sempre, ma almeno adesso vengo colto da una certa leggerezza d’esistere) credo che questa Genova sia arrivata nella mia vita per uno scopo. Quale, non lo so. Intanto mi godo il momento.