Una questione di visibilità (e ossessione) social

L’altro giorno leggevo un post sul blog di Livio Gambarini. Diceva, giustamente, che ha preso in mano seriamente la gestione dei social per promuovere la sua attività come scrittore. C’è da dire che Livio è sempre stato molto bravo, e in questi due anni ha fatto un lavoro egregio.

Ecco, il suo post ha focalizzato un pensiero che mi ronza per la testa da un po’ di tempo. La tesi è semplice (anzi, direi scontata):

Siamo ossessionati dai social e dalla visibilità.

Peggio ancora, la costante presenza è diventata un must, senza la quale è difficile emergere e ancora di più mantenere quel piccolo spazio che riusciamo a ritagliarci ogni giorno con fatica.

Adesso vado sul personale. Sarà che con i social ci lavoro, sarà che sono abituato a cambiare voce e pelle a seconda del cliente che devo impersonare sui social, sarà che anche io sono dipendente dall’adrenalina da visibilità. Però sono nauseato da una realtà che ci costringe a definire le nostre personalità sulla base dell’accettazione ricevuta sui social e non sulle reali capacità. Non tiro nemmeno in ballo fenomeni come lo slut-shaming o il cyberbullismo, voglio solo fermarmi a considerazioni valide per l’ambito della scrittura e dell’arte in generale.

Trovo indecente che la diffusione della nostra arte (e parlo di tutti coloro che ne coltivano una, professionalmente o meno) debba passare necessariamente per un estenuante lavoro cross-mediale.

Una lettera di Van Gogh a suo fratello Theo. Uno dei tanti grandi morto in povertà.

Proverò a spiegarmi meglio, dal momento che non voglio essere frainteso: non c’è nulla di male nell’utilizzare alcuni strumenti per diffondere il proprio lavoro e ritagliarsi un fazzoletto di cielo, ma è innegabile che la cosa ci sia sfuggita di mano, a tutti i livelli. Faccio un paragone: una pistola non ha mai ucciso nessuno. Sono gli uomini che le impugnano a uccidere. Con i social è la stessa cosa.

È diffusissima la tendenza a investire moltissimo lavoro nella promozione del sé sulla grande piazza sociale. E non è una colpa, quanto una necessità: Livio stesso potrà confermare a chiunque di voi l’impegno profuso nel doversi auto promuovere in continuazione, con costanza, solo per dimostrare di esistere. Lui ci sta riuscendo, e grazie al cielo è uno che se lo merita pure. Ma sono molti i casi di chi ha potenza di fuoco, mezzi e disponibilità ed emerge grazie a una pianificazione mediatica che poco ha a che fare con la capacità e i meriti artistici. Finché si tratta di artisti bravi mi sta anche bene, ma quando vengono pompati fenomeni (si fa per dire) come Fabio Volo ho dei travasi di bile. E non perché (come penseranno alcuni maliziosi) sono invidioso, bensì perché con questo sistema aumenta ancora di più la forbice tra chi può e magari non dovrebbe e chi non può e invece dovrebbe.

Il paradosso è che mi sento lacerato, e in una certa misura colpevole.

Per esempio.

Il mio lavoro consiste anche nell’alimentare questo processo perverso. Se una cantina mi chiede visibilità su FB io creo contenuti, li sponsorizzo, metto i gattini e i cagnolini che tirano sempre e utilizzo tutte le leve emozionali che la retorica mi mette a disposizione. Se devo far conoscere un resort in Sardegna, contatto quattro fighe che si spacciano per travel blogger e chiedo loro di farsi i selfie con hashtag di merda come #friendship #love #resortSarCazzo e #soleesardegna. Se mostrano un angolo di tetta poi ancora meglio, il commendatore milanese sente un fremito là sotto che ormai avverte solo quando si fa una striscia di coca e prenota una settimana di vacanza per sé e la moglie trofeo. Insomma, se hai i quattrini puoi fare il botto anche se vali poco più della carta igienica, l’importante è avere la giusta strategia di comunicazione.

Tutto questo ha la terribile conseguenza di mostrare un mondo dorato che a tutti gli effetti non esiste e di lasciar passare l’implicito messaggio che se vuoi fare successo devi avere l’accettazione da parte degli altri. Magari hai un vero dono, un vero valore rispetto a tanti altri ma di comunicazione non ne capisci un cazzo, e sbatti il muso perché continui a rimanere un signor nessuno. Col risultato che un potenziale capolavoro magari rimane chiuso nel tuo cassetto, o appeso alla parete del bagno del tuo monolocale da 30 metri quadri in periferia della grande Milano.

Bella puttana pentita che sono, penserete voi.

Esiste una soluzione? Non lo so. Forse. Spero di sì. Mi piacerebbe vedere sorgere una sfera social e virtuale etica, magari meritocratica. E so di passare per un illuso, ma desideravo sfogare un poco di quella rabbia che a volte monta come una marea di schiuma nera quando vedo certi meccanismi social distruggere le speranze di persone che meriterebbero visibilità in maniera gratuita.

Detto questo, ho preso una decisione: mi impongo una disintossicazione da social, che non vuol dire estraniarmi dalla piazza, ma limitarne l’utilizzo a tempi definiti dalla reale necessità, senza farmi fagocitare dal meccanismo. Più scrittura, meno Facebook. E magari una passeggiata in più all’aria aperta.

 

 

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