Crederci (storia di una storia)

Ho appena finito – come al solito sul filo di lana – di editare il racconto per il concorso 88.88 della YOWRAS (acronimo di Young Writers and Storytellers).

Dico come al solito perché tra il lavoro e la mia naturale predisposizione a lavorare meglio sotto pressione mi sono trovato a ideare e scrivere il racconto in soli 3 giorni (le notti a pensare alla storia non le contiamo).

Non vi sto a raccontare palle, è stata dura.

Non c’è stato un solo minuto della prima stesura in cui non fossi disgustato dalla storia che stavo scrivendo. E questo non ha davvero nulla a che fare con la reale qualità della storia. È una semplice questione di coraggio e autostima.

La paura di fallire è forte. Sempre. Anche se scrivo da un sacco di tempo, anche se molti miei racconti sono piaciuti e piacciono ancora a un sacco di persone, anche se di scrittura ci vivo e credo di avere diverse frecce al mio arco.

La paura è sempre lì, acquattata come un cane pulcioso e cattivo, pronta a mordermi e farmi cadere.

La paura è quella maledetta bestia che ti spinge ad abbandonare la storia alla quale stai lavorando con l’illusione di trovare una storia migliore.

Balle, tutte le storie sono buone (dai, quasi tutte). Ciò che fa la differenza è come vengono raccontate, l’abilità nel narrarle, la capacità di creare un legame con il lettore e di appassionarlo.

Sono stato sul punto di buttare tutto almeno tre volte, per tre volte mi sono rifiutato. Il nano pugile fatto di metamfetamine che vive nel mio cervello mi ha dato coraggio. Urlava “Muoia Sansone con tutti i filistei”, ha preso a calci la mia amigdala e ha fatto leva sul mio orgoglio. Il nano pugile mi ha impedito di gettare la spugna.

Perché ricordiamoci sempre che mollare è un cane che si morde la coda; dirsi “dai, questa volta mollo, di concorsi ce ne sono tanti” equivale ad autorizzarsi a fallire. E forse è proprio questo il cardine della faccenda: non fallisce chi non vince. Fallisce chi non inizia nemmeno a gareggiare.

Oggi un mio amico ha ripubblicato le 8 regole di Gaiman sulla scrittura.

Ecco, Gaiman è un maestro. E in queste semplicissime 8 regole sono condensati i drammi di migliaia e migliaia di penne. Al di là del valore delle singole regole (e la numero #3 fa proprio al caso nostro) c’è un meta-significato dietro, che origina da un assunto semplicissimo: scrivere è duro, faticoso, porta via tempo e risorse mentali. Scrivere è una fottuta lotta con noi stessi, e a volte ha gli stessi toni grandguignoleschi di un parto cesareo operato con un coltello da marmellata.

Le ultime parole del racconto, riprese in timelapse. L’arte di procrastinare prevede la capacità di perdere tempo in modi molto creativi

In questi tre giorni non ho avuto vita privata. Tornavo a casa dal lavoro dopo 10 ore di scrittura commerciale e problemi di comunicazione e marketing, passavo dal supermercato per rilassarmi un poco (questa ve la spiego un’altra volta) e andavo a casa a scrivere fino a mezzanotte e oltre. Ieri sera ho chiuso le ultime parole alle 23, e ho ribattuto a video fino alle 24. Dalle 24 fino a un quarto all’una ho tagliato i caratteri in più e ho effettuato un primo editing.

Oggi, in pausa pranzo, ho effettuato un secondo editing, un line-editing, una lettura al contrario e due riletture generali. Circa 11 ore di lavoro per un racconto di 10mila caratteri.

Quando ho riletto l’ultima volta ero soddisfatto. Mi piace ciò che ho scritto, e mi sento leggero.

E questa sera posso godermi divano, gatti, e la consapevolezza di aver vinto un’altra battaglia.

 

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