Figure retoriche e traslati, mattoni della narrazione

È evidente che la retorica e la prosodia non sono dei tiranni inventati arbitrariamente, ma una raccolta di regole reclamate dall’organizzazione stessa dell’essere spirituale. E mai la retorica e la prosodia hanno impedito all’originalità di prodursi distintamente. Al contrario, se si dicesse che esse hanno aiutato l’esplosione dell’originalità, sarebbe più vero.

(Charles Baudelaire)

Infilarsi in una serie di articoli sulle figure retoriche equivale a infilarsi in un ginepraio. È questa l’unica frase che mi batte e ribatte in testa da quando ho avuto la malaugurata idea di proporre una follia simile, eppure eccomi qua.

Le figure retoriche sono strumenti. Strumenti potenti, per di più.

Sono talmente pervasive che nemmeno ci rendiamo conto di utilizzarle in continuazione, anche nelle conversazioni più semplici, spesso con lo scopo di regolare un particolare pathos, una carica emotiva che aggiunga forza al messaggio. Elementi capaci di stravolgere la narrazione, di trasformare una fila di parole in un mare di significati.

cavalli ed elefanti con zampe lunghe dali

Si dice sia la capacità di raccontare storie a differenziare l’uomo dagli animali . O – meglio – potremmo dire che l’uomo è l’unico animale narrante.

Questo, forse, è il fulcro attorno al quale ruota tutta la questione: narriamo. In continuazione, senza sosta, ogni momento.

Ma narrare presuppone anche essere in due, avere un interlocutore che ascolta e rielabora il messaggio, lo comprende e lo interiorizza. Nasce così l’esigenza – e nasce prestissimo, addirittura in epoca preistorica – di aumentare la potenza del significato trasmesso, di ottenere un effetto emotivo attraverso immagini di fantasia. Stiamo parlando dei traslati, ovvero la controparte orale delle figure retoriche.

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Mentre i primi tendono ad essere unità culturali, talmente iscritte nella quotidianità che, se ipoteticamente iscritte nel triangolo semiotico, nemmeno abbiamo più percezione della differenza tra significante referente,le seconde (ovvero le figure retoriche) sono appannaggio della lingua scritta, sottese a una profonda conoscenza della retorica, per l’appunto.

E qua giungiamo al cuore del problema, se così vogliamo definirlo: i traslati sono unità pressoché pronte, definite dalla cultura orale, mentre le figure retoriche sono formule e mattoni attraverso cui rafforzare il proprio testo, la cui costruzione sta alla creatività di chi scrive.

Qua si segna la differenza tra una prosa scontata, piena di traslati che depauperano il testo rendendolo scontato e didascalico, e una ricca, vivace, in cui le figure retoriche prendano vita e aggiungano profondità, pathos e significati ontologici a ciò che si esprime.


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Per utilizzare bene le figure retoriche è necessario conoscere la logica che vi è dietro, come funzionano, in modo che siano strumenti da aggiungere alla famosa cassetta dello scrittore. E per farlo è necessario partire da principio, ovvero dall’epica greca.

Uno degli aspetti più incredibili della retorica e della lingua è proprio questo: la capacità di rinnovarsi, di mangiarsi la coda come un uroboro senza tempo, fatto di simboli e significati.

Odissea e Iliade erano narrazioni orali e proprio in virtù di questa natura dovevano essere facilmente memorizzabili, da cui la necessità di ricorrere a una serie di artifici che facilitassero il compito di aedi e rapsodi. Praticamente esattamente quello che vogliamo evitare nei nostri testi. Oggi, quasi 3 millenni più tardi dalla composizione dei due capolavori dell’epica omerica, guardiamo indietro e studiamo quelle stesse figure con l’intento di comprendere e capire come incantare e aggiungere pathos alla narrazione.

Nell’articolo La classificazione delle figure retoriche affronto il problema della classificazione delle figure retoriche e vedremo come distinguerle perché, in fondo, è vero ciò che diceva Goethe: l’occhio non vede ciò che la mente non conosce. E scopriremo allora che ne siamo letteralmente circondati.

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