La perfezione non esiste

Vivo, a volte, un certo sentimento di invidia mista a stupore quando leggo post chilometrici formalmente perfetti. Non posso che chiedermi di quale pasta siano fatti questi blogger capaci di sfornare simili gemme, e perché a me non riesca la stessa cosa se non dopo innumerevoli revisioni.

Poi mi fermo, scrivo anche io qualcosa (ehi, guarda là, una scatola cinese!) e mi si mette in moto il muscolo grigio. Non ho alcun motivo per pensare che gli altri si comportino diversamente da come faccio io.

Il post dell’altro giorno (frustrazione e salvagenti) è stato corretto e revisionato qualcosa come sette o otto volte. Dirò di più: sono certo di riuscire a trovare ancora qualche errore, un periodo poco scorrevole, una virgola della quale non  sono convinto. Mi accorgo che il mio lavoro (sento un coro di voci che dicono eddaje che cojoni, ancora co’ sto copiraiter) mi ha portato a grosse deformazioni. Sono capace di guardare una frase per minuti interi in cerca di una musicalità che non arriva, di una struttura più leggera, di una sintassi più elegante. Gioco a scambiare d’ordine gli incisi, a dirigere le virgole come un vigile in mezzo al traffico di Kathmandu, a sgridare avverbi fuggiti dallo zoo. Non vi dico poi quando incontro l’equivalente delle lucciole sotto i lampioni.

Lei è Amanda, la regina del gerundio.

Hanno nomi come Amanda, Fernanda, Gioconda e sono quelle puttane dei gerundi, novelle sirene nel mare dell’impoverimento linguistico, pronte ad abbrutirti con le loro malìe.

Insomma, non sono poi così sicuro che esista chi è in grado di scrivere un testo lungo qualche centinaio di parole senza fare un solo errorino, seppur misero.

E poi c’è da considerare un altro fattore, ovvero la percezione del lettore rispetto a quella di chi scrive e dell’addetto ai lavori. Faccio un parallelismo con la musica (altro coro di voci aaaaa chicco, hai rotto er cazzo!): ti prepari, fai le prove e arriva la sera del concerto. Sei sul palco e pezzo dopo pezzo vedi l’immaginario contatore di errori, una sorta di tabellone dalle scritte rosse che ogni musicista porta sulle spalle, aumentare.

Il Gatsby dentro di me mi guarda e sorride. Bravo – mi dice – un’altra bella cappella, sei l’anima della festa, baby!

E la nota presa male. E l’attacco sbagliato. E il cantante, impegnato a saltare come un grillo fatto di coca, che salta il bridge e tu non sei stato così pronto a intercettare lo sguardo del batterista, timoniere e nostromo della nave sul mare in tempesta, che ti dice di passare direttamente alla strofa e pertanto perdi ben tre ottavi a capire dove cazzo sei. Il contatore di cappelle sale, ti illumina di vermiglio dall’alto e stasera al concerto c’è pure quel pezzo di merda di chitarrista col quale hai litigato qualche tempo fa. Ti guarda, e tu hai la certezza che stia pensando Ah, povero coglione, hai sbagliato ancora.

Il concerto finisce, il cantante spara i coriandoli, le groupies settantenni sono a letto da almeno 45 minuti e quelle rimaste hanno staccato l’apparecchio acustico alla fine del terzo pezzo. Ti avvicini a qualche amico con aria abbattuta e chiedi com’è andata, come si sentisse fuori, le solite fregnacce, e ti senti rispondere bene! Gran concerto.

Il tuo sguardo è lo stesso del merluzzo del lunedì sul banco del pesce del venerdì: sbarrato e opaco. Ma come – pensi – come cazzo hanno fatto a non sentire le porcherie, gli errori, le infamie? La forca ci voleva, la forca!

Ci fregano le manie di perfezionismo, l’idea malsana di dover essere inappuntabili invece di dover dare il meglio e fare il massimo. Sono cose assai diverse, sapete?

E poi, a ben vedere, anche l’amico musicista venuto a sentirvi ti dice Ma sì, nonostante qualche imperfezione avete suonato discretamente! Ti rilassi solo allora, e nemmeno del tutto; c’è sempre spazio per un messaggio di Whatsapp pieno di incertezze.

storie di vita vissuta.

Il punto di tutta questa manfrina è che l’errore c’è e ci sarà sempre. La perfezione, a questo mondo, è di pochissimi eletti, per tutti gli altri c’è la pratica continua e l’impegno a fare il massimo delle proprie possibilità. E se questo non coincide con la perfezione (e non coinciderà quasi mai con essa, mettetevelo in testa) dovremmo avere l’umiltà e la serenità di dire Va bene così.

Altri ambiti, altre arti, ci permettono di rivedere il prodotto qualche decina di volte prima di presentarlo; la scrittura è una di queste, e ci troviamo quindi a pettinare il testo ossessivamente alla ricerca dell’errore come novelli Flaubert (uno che con la scrittura aveva un rapporto a dir poco conflittuale. Una frase su tutte: Sono irritato dalla mia scrittura. Mi sento come un violinista dall’orecchio assoluto, le cui dita si rifiutano di riprodurre ciò che sento nell’anima).

Ecco da dove arrivano i post “perfetti”: da un controllo ossessivo. Ma per chi scrive, la perfezione non c’è. Può esserci per il lettore, forse, a seconda del suo livello di attenzione, della sua preparazione e cultura, del suo grado di affezione nei vostri confronti (è il caso della mamma, Ogne scarrafone è bell’ a mamma soja.  A meno che vostra madre non sia come la mia, che si mette in competizione con me sempre e comunque).

Quindi, la prossima volta che, giunti alla dodicesima o tredicesima revisione, vi accorgete che siete nella fase del tetris stilistico, non chiedetevi se il testo è perfetto. Non lo è.

Chiedetevi piuttosto se avete fatto del vostro meglio.

Disclaimer: questo post è stato riletto e rivisto solo 5 volte. Potrebbero essere presenti errori, imperfezioni, tracce di latte, frutta a guscio e altri allergeni. 

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