Un salvagente ci salverà dalla frustrazione

Solo, per una notte.

No, la virgola non è al posto sbagliato.

Se avessi scritto Solo per una notte avrei indicato un evento che succede solo per una notte.

Ma quella insignificante virgola, segno di interpunzione da tutti bistrattato – a tal punto che poi, nello scrivere un testo complesso, mi trovo addirittura a eliminare per paura che la scansione risulti poco comprensibile – ha un peso enorme.

Come un blocco di marmo in mezzo al salotto, direbbe mia madre.

Quella virgola racconta che stanotte, per una volta, ero solo. Niente Ansia a importunarmi con oscene profferte sessuali, niente Principe Valium al mio fianco. E il perché è semplice: ieri ho realizzato.

Una giornata di lavoro impegnativa ma che ha dato i suoi frutti e una serata in sala prove dove tutto è girato a dovere. E nonostante tutto, quando Arianna mi ha chiesto com’è andata la giornata, non sono riuscito a rispondere nulla più che abbastanza bene.

La mia Ansia è diversa, ma questa reinterpretazione di Mostro (dalla pagina FB di Mostro&Pizzo) fatta da Mirko Failoni è bellissima.

Vedete, il punto è la frustrazione, quell’odiosa sensazione di irrealizzazione e inadeguatezza. Sono ormai convinto che sia la chiave di volta su cui si basa il 90% dei problemi di tutti; fa spesso eccezione chi pratica un lavoro manuale con un tasso di frustrazione assai inferiore. Insomma, è chiaro: se faccio il falegname ho la possibilità di vedere il mio lavoro, toccarlo, sentirlo crescere sotto le mie mani.

Ma io non faccio il falegname. Faccio il copywriter – lavoro che mi consente di lavorare su un testo, né più né meno di un artigiano che lavora la materia – e fin qui tutto bene. Ma quando si entra nella palude del social marketing, signori, in quella melma fetida di meccaniche che coinvolgono l’abilità al 20% e per il restante 80% sono un mix catramoso di culo, magia nera e algoritmi sconosciuti, il gioco si fa duro. Durissimo.

Chi dice il contrario (i fenomeni del marketing che scrivono libri per l’imprenditore che vuole gestire Facebook per la sua azienda e che fanno sembrare tutto un gioco da ragazzi) vi racconta una stronzata.

La comunicazione (social) è magmatica per natura. Spesso navighi in un mare nebbioso senza l’aiuto di alcuna stella, bussola o sestante. Hai le tue capacità di marinaio, la conoscenza di mappe tracciate col sangue su fogli stropicciati, dove sono riportate incerte linee di costa e masse di terra che recano scritte inquietanti come “hic sunt leones” o “muy peligroso”. Ti ritrovi in acque decisamente mosse che sai essere ricche di pesce su una barca che non è tua, e sai che al tuo ritorno dovrai mostrare il frutto della tua uscita. Ma il pesce non si fa vedere, è furbo, annoiato o semplicemente stupido, ed evita la tua rete minuscola e rattoppata fatta di buone intenzioni, di case studies e di best practices. Il pesce se ne fotte perché è interessato solo a stronzate e la tua rete non è fatta di stronzate, le tue esche sono fatte di realtà interessanti, di aziende vitaliprodotti innovativi.

Al pesce interessano la figa, i gattini e la polemica. E anche se hai per le mani un vino con un’etichetta che rappresenta Catwoman che manda a fare in culo il Pinguino, di pesce ne prenderai poco e soprattutto ne prenderai di un tipo ben preciso, alla faccia del cliente che nel brief  ti chiede un’etichetta coraggiosa per un pubblico trasversale, che va dai millenials alla casalinga, passando per i wine-enthusiast. (È una storia vera.)

E arrivo quindi al dunque: questo è il nostro lavoro. Instillare nuovi bisogni non necessari nella testa della gente. I risultati arrivano (quasi) sempre perché siamo bravi e sappiamo fare la nostra parte, ma la portata dipende da migliaia di fattori che spesso non sono controllabili (vi lascio un numerino: l’algoritmo di Facebook regola la visibilità e la portata di un post sulla base di 100.000 fattori diversi. Vi renderete ben conto che la cosa è sfuggita un po’ di mano). E noi, che oltre che bravi abbiamo anche un’etica, ci svegliamo di notte al tocco lascivo dell’Ansia e ci facciamo baciare dal principe Valium pur di riposare un pochino.

Esiste però un salvagente, un trucchetto per combattere la frustrazione. Sembra stupido, eppure nella corsa alla realizzazione professionale abbiamo ceduto troppo terreno rispetto alle piccole passioni, che non portano da nessuna parte ma che ti fanno fare qualcosa di concreto per te. Leggere, fumare la pipa (non ridete, è un hobby, non un vizio), collezionare qualcosa, andare a pesca, suonare uno strumento. Potete anche fare i tarocchi alla signora dell’appartamento di sotto per quanto mi riguarda. Una regola, però: dev’essere qualcosa di tangibile nell’immediato, che vi gratifichi nel breve, brevissimo periodo.

Per me è la musica (la scrittura creativa è un altro paio di maniche, più affine al contesto lavorativo, e in qualsiasi caso è un’attività che se portata avanti con certi intenti è ad altissimo tasso di frustrazione) per voi sarà altro. In qualsiasi caso procuratevi anche voi un salvagente. Dopo un po’ il principe Valium diventa disattento e l’Ansia trova nuovi modi per entrarvi nel letto.

Ma io ieri ho fatto le prove con quei cialtroni del mio gruppo. Abbiamo urlato e ci siamo divertiti. E stanotte nel letto ero finalmente solo.

 

 

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  1. […] post dell’altro giorno (frustrazione e salvagenti) è stato corretto e revisionato qualcosa come sette o otto volte. Dirò di più: sono certo di […]

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