Sensorialità, sinestesia e figure retoriche

Cos’è che rende incredibile la prosa di certi autori?
Io credo sia la capacità di trasmettere al lettore la propria particolare visione, di farlo entrare dentro il proprio mondo.

Non troppi giorni fa, rileggevo alcune delle lettere che Van Gogh scrisse al fratello Theo. Van Gogh non era certo uno scrittore, ma era un grande lettore. Amava leggere per scoprire mondi nuovi e nuovi modi di osservare la realtà. Forse non si rendeva nemmeno conto che, nello scrivere quelle lettere cariche di umanità, dolore e introspezione, riusciva in qualcosa che moltissimi autori non sono in grado di fare.

Nel leggere (e rileggere, ancora e ancora) l’epistolario di Van Gogh, ho sempre l’impressione di essere uno spione. Entro in punta di piedi, cerco di non fare rumore e guardo, per il tempo di una lettera o due, il mondo attraverso i suoi occhi.

Nel caso di Van Gogh siamo di fronte a una prosa naturale, priva di artifici retorici; la potenza è rappresentata dalla pervasività di ciò che Vincent provava. In letteratura, invece, per trasportare il lettore all’interno del mondo che si descrive si ricorre alle figure retoriche, ovvero di elementi che – come diceva Cicerone – hanno il potere di illuminare il discorso e di attribuirgli varietà e vivacità.

Esiste una figura retorica su tutte, a mio modesto parere, in grado di arrivare più in profondità di altre. Parlo della Sinestesia, ovvero dell’accostamento di due parole o concetti appartenenti a piani sensoriali diversi. Un esempio lampante potrebbe essere la locuzione avere una voce chiara, dove i sensi dell’udito e della vista si fondono per dare vita a un accostamento capace di trasmettere più della somma delle sue singole parti.

Una poesia su tutte, di Baudelaire, fa della sinestesia il suo fulcro: si tratta di Corrispondenze, tratta da I fiori del Male, 1861.

La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.
Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.
Profumi freschi come la pelle d’un bambino 
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza
che tende a propagarsi senza fine- così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

Da dove arriva la Sinestesia? Si tratta di semplice abilità retorica o di qualcosa di più?

A dire il vero, la sinestesia è un fenomeno percettivo ben conosciuto in neuroscienza (a tal proposito vi consiglio la lettura di questo bellissimo articolo, dal titolo La Sinestesia: figura retorica o condizione neurologica?). Si dice che solo il 4% della popolazione abbia capacità sinestetiche, e che queste siano più frequenti nei linguaggio di soggetti con turbe psichiche.
Ci sono persone che vedono le note come colori, sentono un movimento come suono, percepiscono un sentimento come colore. La sinestesia è una condizione che è in grado di mostrare un mondo nuovo, diverso da quello comunemente percepito e che ha portato enorme creatività a tutti gli artisti che ne hanno intriso le loro opere.

van gogh corvi

E qua torniamo al nostro Van Gogh, che probabilmente era un sinesteta, oltre a soffrire di disturbi bipolari e di una probabile epilessia del lobo temporale. Lo possiamo vedere, ancor più che nelle lettere, nei suoi incredibili dipinti, capaci di fondere più piani sensoriali, di apparire vorticosi, caldi, dolorosi. Di rimestare nell’anima di chi li guarda. Basta soffermarsi ad ammirare Campo di grano con volo di corvi, forse l’ultimo lavoro completato prima di spararsi un colpo di pistola al petto. Il grano giallo frustato dal vento, il blu cobalto del cielo in tempesta e il nero dei corvi che si levano in volo urlano letteralmente il malessere di un uomo sopraffatto dal dolore esistenziale. Esatto, urlano: è questo il senso della sinestesia artistica messa su tela di Van Gogh. Ma c’è di più: un sinesteta potrebbe sentire quei corvi. Potrebbe provare un brivido, come se un vento gelido si fosse alzato in una stanza chiusa.

È questo il grande potere della sinestesia che contamina l’arte in tutte le sue forme: diventa un veicolo per trasmettere qualcosa di più del semplice senso. La sinestesia, più di altre figure retoriche, genera sensazioni ed emozioni.

Per concludere, vi lascio a un’immagine particolare, un piccolo test per verificare un’attitudine sinestetica.


Riuscite a sentire il rumore sordo, profondo in questa immagine? A percepire la vibrazione bassa del terreno? Forse sì. Forse siete dei Sinesteti anche voi.
E non siete soli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *