Un racconto, tanto per cambiare, che vede la presenza di un gatto. Un contesto particolare, quello di una scialuppa di salvataggio, e la solita, esasperante cattiveria umana.

Piccola nota d’orgoglio: questo racconto è piaciuto a Barbara Baraldi, brava autrice italiana e sceneggiatrice di Dylan Dog (tantissima roba!).


Alla Deriva

La misera fiammella della lanterna illuminava a malapena la prua della scialuppa. A meno di un braccio di distanza, oltre il parapetto di legno incrostato di salsedine, si stendeva l’oscurità della notte senza luna. Solo l’impercettibile tremolio delle stelle riflesse sull’immane massa d’acqua dell’oceano restava a dare conforto ai passeggeri, gettati come sacchi sul fondo. Nel silenzio senza fine della bonaccia, il fasciame della piccola imbarcazione gemeva piano.
Severus non osava chiudere occhio. Stringeva tra le sue braccia Mr. Occam, ormai tutto pelle e ossa sotto la pelliccia rossa. Il gatto fusava in continuazione, incurante che la Morte li seguisse solo qualche onda più in là: osservava i tre superstiti con occhi verdi e alzava il capo alle carezze del giovane mozzo che lo stringeva a sé.
«Non potrai difenderlo per sempre.»
In quell’oscurità, Severus non riusciva a vedere chi avesse parlato. Non ne aveva bisogno. Poteva immaginare le labbra spaccate dalla sete, la lingua gonfia circondata da barba ispida di chi aveva pronunciato con accento scozzese la sentenza di morte. Percepiva la figura di McBree come un vago contorno dall’altra parte della scialuppa, intento a osservare con aria famelica il gatto e il ragazzo sotto il bagliore ormai spento della lanterna di prua.
«Mica per sempre» rispose un’altra voce dal buio.
McBree scatarrò con un grugnito. «Ecco che il vecchio Cyril si riprende. Quando la finirai di difendere il mozzo?»
«E tu quando la finirai di voler mangiare quel povero gatto?»
Severus ascoltava impietrito lo scambio di battute, protetto dal cerchio di luce che si restringeva a ogni minuto che passava. Un vento freddo fece dondolare la lanterna sul gancio arrugginito.
«Mi hai stufato, vecchio. Finché c’era il capitano non poteva succederti niente, ma adesso…»
«Adesso cosa?» La voce di Cyril strisciò nel buio come una lastra di pietra.
Il vento si alzò repentino, la piccola imbarcazione beccheggiò sulle acque mosse. Lampi di luce lontani squarciavano l’oscurità e tingevano l’orizzonte di viola.
«Adesso che il capitano dorme coi pesci, potreste fare la stessa fine.»
D’improvviso, per pochi istanti, il vento cadde.
La voce di Cyril risuonò piatta nel momentaneo silenzio.
«Adesso muori»
Il vento prese a ululare e a sbattere il legno contro le onde che si alzavano inferocite. La lanterna emise un ultimo guizzo, prima di cedere il posto all’oscurità.
Smarrito, frastornato dai colpi incessanti dei marosi, Severus nascose Mr. Occam sotto la cerata e si rannicchiò sul fondo. I lampi illuminavano i due marinai intenti a scannarsi, immagini statiche della ferocia umana.
La barca si impennò sopra un’onda.
Poi, il buio.

Il capitano osservava dal parapetto della fregata ciò che rimaneva della scialuppa. Sotto la lanterna di prua si poteva ancora leggere, in caratteri sbiaditi, la parola “Speranza”.
L’ufficiale abbassò il cannocchiale.
«Capitano, il ragazzo è vivo, e con lui c’è un gatto.»


Per inciso, il commento di Barbara è stato il seguente:

Mi è piaciuta l’ambientazione all’interno di una scialuppa. Claustrofobico, pur se nella vastità di un oceano sconfinato. L’inizio ti catapulta immediatamente all’interno della situazione. Il gatto, simbolo della speranza, da proteggere a ogni costo, e poche persone che diventano emblema dell’umanità. La scrittura, incalzante, non perde colpi fino alla fine. Ottimo il tratteggio dei personaggi in poche righe. E l’ultima battuta riesce a strapparti un sorriso.