Un pupazzo senz’ali – una storia di violenza domestica

Il racconto breve di oggi è sul tema della violenza domestica. Ho usato delle immagini molto forti, e scriverlo – seppur nella sua brevità – è stato difficile. Emotivamente difficile. Non amo usare una ferocia così esplicita, ma in questo caso ha letteralmente intriso il racconto; d’altronde la distruzione dell’innocenza è di per sé materiale da incubo. Inutile rappresentare in maniera edulcorata qualcosa di terribile.

Un pupazzo senz’ali

Mise la testa sotto il cuscino, nel tentativo di non sentire le urla che provenivano da basso. Conosceva il copione, sapeva con precisione i tempi di scena del dramma che si ripeteva sempre davanti allo stesso pubblico terrorizzato. Un colpo, un altro ancora. Il rumore di un piatto che va in frantumi. Uno di quegli insulti innominabili che uscivano dalla bocca di suo padre. Sei una troia, urlava. E sua madre che non rispondeva nemmeno, mugolava e basta. Tirò su la coperta, cercando di dimenticare il mondo oltre la barriera di lana che lo ricopriva e che attutiva appena il rumore della miseria. Nel pugno stringeva un pupazzo di gomma. L’aveva trovato per terra, al parchetto. Tutti i giochi che possedeva li aveva trovati o rubati qua e là, li nascondeva come un cane fa con un osso e li tirava fuori uno alla volta dalla scatola di latta nascosta dietro la legnaia. Quello che stringeva in mano era il suo preferito.

Quello è l’uomo diavolo, gli aveva detto un bambino. È tuo?
Aveva risposto di sì con un cenno della testa.
Lui protegge i buoni e picchia i cattivi. E vola, sai? Dovrebbe avere le ali ma il tuo pupazzo non le ha più.
Lo sapeva, certo che lo sapeva.
Tu non parli? Vuoi giocare?
Altro silenzio. Avrebbe voluto giocare.
Ma non sapeva come si facesse.

La coperta di lana non riuscì a spegnere il rumore sordo, simile a quello di una zucca che cadeva per terra. Poi il silenzio. Di solito si interrompeva tutto con lo sbattere della porta di casa che faceva tremare tutto il pavimento e il pianto di sua madre che proseguiva per ore. Il copione era diverso questa volta e, mentre la paura montava, premeva il pupazzo sulla guancia, lasciandosi dei segni rossi sul viso.

Scese le scale un passo alla volta sui calzini bucati e rammendati innumerevoli volte. Nell’aria c’era un odore metallico che si mischiava al sentore acre dell’alcol. Sporse la testa oltre la soglia e nella penombra c’era suo padre, chino sul corpo di sua madre. I pantaloni abbassati, come se stesse facendo le sue cose, e grugniva. Lasciò cadere il pupazzo, senza nemmeno un singhiozzo. Fu sufficiente per richiamare la bestia.

Piccola merdina, ti piace guardare.
Biascicava, investendolo con il fiato puzzolente d’alcol mentre gli tirava i capelli e lo trascinava verso sua madre, inerte sul pavimento.
Figlio di troia, guarda allora mentre la tratto come merita.
Lei non reagiva. Non respirava. Prendeva solo calci, come una bambola di pezza.
Poi venne il suo turno e i pugni gli caddero addosso, pesanti come i sassi che gettava nel lago quando era solo.

Quando si svegliò, fuori era ancora buio. Strisciò verso sua madre. C’era sangue, per terra, sul naso e sulle labbra. E occhi sbarrati. Suo padre era sul divano, i pantaloni ancora slacciati. Dall’angolo della bocca scendeva della saliva, e russava.
In cucina trovò il coltello. Colpì una volta, poi due, poi ancora, a casaccio. Alla bava si unì il sangue. Dall’angolo della stanza, un pupazzo senz’ali guardava.

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