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Arte, arte, arte un cazzo

Corsi e ricorsi della vita. Mi ritrovo, dopo anni, a ritornare sul concetto di arte.
Una piccola e doverosa premessa: ho studiato conservazione dei beni culturali. Ho lavorato – come schiavo – in un museo. Ho una madre che fa, con un discreto successo, la pittrice. Sono cresciuto in mezzo a libri d’arte. Questo fa di me un esperto d’arte?

No, proprio per nulla. Credo sia più una questione di sensibilità, di strumenti di lettura e di conoscenza di un po’ di storia.

Il punto è, sic et simpliciter, che molti – troppi – di arte non capiscono un cazzo. Tante volte i succitati artisti, quelli che l’arte dovrebbero produrla, sono i meno indicati a comprenderla. Figuriamoci noi, che vagoliamo su internet in cerca di un angolo di tetta e ci entusiasmiamo per i meme di Taffo.

Preambolo chiuso. Dove voglio arrivare?

Qualche anno fa, un tale Christo s’è inventato di piazzare delle passerelle galleggianti arancioni sul lago d’Iseo. Pardon, non passerelle. Installazione di arte contemporanea. Sempre arancioni eh.

Vi ripeto il tutto. Christo. Passerelle arancioni. Camminare sull’acqua. Arte.
Se voglio camminare sulle acque come Cristo su delle passerelle arancioni, basta andare a Venezia quando c’è acqua alta. E non mi sento di chiamarla arte.

Il punto è esattamente questo: in un mondo dove l’apparire spesso conta più della sostanza (e sì, so perfettamente che la frase è trita e ritrita, ma tant’è) l’arte si sovrappone all’atto che genera – in qualche modo – stupore. L’atto creativo diventa marketing dell’emozione spicciola, o meglio: l’emozione spicciola diventa arte.

Tempo fa lessi sul nostro amatissimo Facebook una frase:
Art should disturb the comfortable and comfort the disturbed.
Attenzione perché, su questo banale concetto, c’è una pletora di performer che fanno soldi sul nulla. Per la precisione troviamo molti di coloro che concepiscono l’arte come atto egocentrico, come mezzo per fare clamore, per rendersi interessanti.

È l’elemento fondante di fenomeni da baraccone come Milo Moiré, definita come la depositaria dell’antica arte di depositare uova piene di colore dalla vagina (col suo corpicino perfetto da palestra e le tette rifatte) all’Art Cologne 2014 (nome della performance: PlopEgg#1, la nascita di un dipinto. WOW.)

O presentandosi, sempre nuda e con alcune scritte sul corpo, a una qualche edizione di Art Basel, salvo poi rimanere fregata nel momento in cui  Dorothee Dines, portavoce della fiera, le si è avvicinata spiegandole che non sarebbe potuta entrare: «Dal momento che lei sta svolgendo una performance, non posso lasciarla entrare. Art Basel mette in mostra diversi artisti, rappresentati ciascuno da una galleria. Queste persone hanno dovuto proporsi mesi fa per essere selezionate e partecipare alla fiera. E tutti sono tenuti a pagare una tassa. Per questo motivo, riteniamo che il suo gesto non sia corretto nei confronti degli altri» (citazione presa da InsideArt).

La stessa Milo Moiré che, per lanciare un messaggio in merito al diritto delle donne di non essere toccate senza consenso, si fa toccare le parti intime (protette da una scatola specchiata) per strada.

E qua mi incazzo davvero, perché se c’è un messaggio che merita serietà e attenzione, che non può e non deve essere delegittimato, è proprio il diritto delle donne a sentirsi sicure e mai prede.

Allora parliamo magari di esperimenti sociologici, perché peggio della Moiré nuda che si fa toccare la passera dentro a una scatola specchiata tenuta insieme col nastro isolante – perdio, cerchiamo almeno di nobilitare un poco la cosa, no? – c’era solo la discreta fila di cercopitechi assatanati che non vedevano l’ora di infilare la mano lì dentro.

Qualcosa di un tantino più avvilente della performance del 1974 Rythm 0, in cui la Abramovich rischiò la vita mettendosi completamente nelle mani del pubblico. Con una differenza sostanziale: seppur ritengo che anche questa performance non fosse arte (così come non lo è il mangiare cipolle crude, altra esibizione sulla quale nutro più di qualche dubbio), di sicuro ha avuto il merito di essere un manifesto della bruttezza umana.

E poi ci sono quelle che non hanno nemmeno la dignità di esperimenti sociali, tipo le opere d’arte di Millie Brown, che beve latte colorato (rigorosamente in minigonna, mi dicono, che se non c’è un po’ di passera la cosa non funziona), lo vomita sulle tele e chiama l’atto action painting.

In un video di una sua performance la troviamo con aria assorta, intensa, quasi mistica, guardare i suoi sbrecci su tela. Immagino Pollock rivoltarsi nella tomba.

Pollock, sì. Quello degli schizzi di colore sulla tela. Eh, direte voi, ma come? Pollock schizzava colore sulla tela e la sua era arte, mentre vomitare latte colorato non lo è?

No.

Esiste una cosa chiamata, in linguaggio artistico, capacità di sintesi. Quello di Pollock è parte di un processo che l’ha portato a condensare la sua visione del mondo in una tecnica artistica. Questa vomita sulle tele.
Ve lo ripeto. Vomita sulle tele.

Arriviamo alla mia preferita: Yoko Ono.

Una che, dopo aver distrutto i Beatles, riempie vasetti d’acqua e vi scrive sopra i nomi dei VIPs con una etichettatrice 3M.

No, no, aspettate, ancora meglio: estate 2014, visito il Guggenheim di Bilbao. C’è la personale di Yoko Ono, e dal momento che il biglietto era ormai pagato, tanto valeva dare un’occhiata.

Beh, trovo una mela verde su una struttura in plexiglass . Ora, perdonatemi, non ricordo il nome dell’opera: probabilmente era qualcosa tipo “Mela verde”. Il problema non era la mela in sé, quanto la data di produzione dell’opera: 1966. La mela, ovviamente, era freschissima.

Cazzo, ditemi da che fruttarolo si serve Yoko Ono, perché se la sua mela dopo quasi cinquant’anni è così fresca, non oso pensare quanto le possa durare un cespo di lattuga.
Concludo, prima di diventare antipatico o di trovarmi 4 nichilisti alla Lebowski sotto casa: questa – a mio modesto parere – non è arte. Non come la intendo io, dal mio limitatissimo punto di vista da maestrante della penna, da ex archeologo fallito, da amante dell’arte classica.
Sento un vociare, in sottofondo, ho proferito l’impronunciabile: arte classica.

Evidentemente sono un matusa, un conservatore. Da noioso amante dell’antico non posso capire la grandezza di certe performance. Vi lascio così, con una statuetta di circa 4500 anni fa.

Gente che la modernità non sapeva proprio dove fosse di casa.

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