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Questione di sorrisi

Sono dieci giorni che giro attorno all’idea di scrivere quello che mi passa per la testa. Alla fine proprio ieri, dopo aver ricevuto un’altra pessima notizia, ho deciso semplicemente di sedermi e cominciare. Quindi no, non è la solita dissertazione polemica appoggiata su qualche idea sbilenca. È più uno sfogo, a cavallo tra tristezza e speranza, perché non sono certo le parole a riportare in vita le persone, ma sono le parole a tenere in vita i ricordi e i sogni.

Ci sono settimane che andrebbero cancellate dalla faccia della terra, in cui il fato si sveglia con i coglioni giratissimi e decide di amministrare sberle a destra e a manca.

E la gente muore, soprattutto quando non dovrebbe. Soprattutto chi non se lo merita affatto.

Magari per motivi diversi, agli angoli opposti della terra e senza nemmeno sapere della reciproca esistenza, ma in mezzo ci sei tu, che li conosci entrambi e nonostante la distanza senti dita ossute batterti sulla spalla e una voce pesante come pietra sussurrare “Hai visto? Io prendo chi mi pare.”

Così, dieci giorni fa, è passata a prendersi Yam.

Yam è stata la prima persona con la quale io e Arianna abbiamo parlato appena atterrati a Kathmandu. Era ottobre 2017, il nostro primo viaggio in Nepal. Era tutto nuovo, eravamo eccitatissimi e decisamente spaesati. Poi lo vedemmo: portava con sé un cartello con su scritto “Arianna e Alberto” e aveva un sorriso immenso sul volto.
Chi conosce Yam sa che il sorriso era la sua espressione base da vestire con i sentimenti del momento. Aperto, beffardo, sincero e perché no, a volte anche un po’ strafottente, poco importa.
Yam sorrideva.
Con nostro stupore infinito si rivolse a noi in un italiano sorprendentemente buono e ci accompagnò alla macchina.
Io mi avvicinai alla portiera di destra e feci per aprire. Ed eccola lì, rapida come il morso di un cobra, la battuta fulminante: “Guidi tu?”
Guardai attraverso il finestrino e dentro vidi il volante. In Nepal – come molti dei paesi venuti in contatto con il Commonwealth – si guida a sinistra. Scoppiammo tutti e tre a ridere.
Ecco, dovrei tatuarmela, quella battuta. In due sole parole c’era l’insegnamento più importante per chi visita il Nepal: qua le cose sono diverse, qua il cielo e le stelle sono diversi. Eppure c’è posto per tutti.

Ieri invece, poco dopo l’una, arriva un messaggio di mio fratello David.
“Serena è andata.”

Non è una novità, era malata da tanto tempo. Però rimane una notizia di merda, capace di far tornare a galla le ore più buie di quasi tre anni fa, quando ad andarsene fu Alessandra, la moglie di papà.
C’è un filo rosso che unisce Serena e Alessandra: lavoravano assieme, ed è grazie a loro se mio fratello David ha incontrato Valentina, sua moglie.
Era il 27 dicembre del 2016. David mi disse “dai fratè, vieni anche tu. Alessandra ha organizzato un aperitivo con una collega e sua sorella. Credo vogliano cercarmi moglie.”
E ci sono riuscite, cazzo.
Arrivammo al bar e sedute al tavolo c’erano papà, Alessandra, Serena e Valentina.
Ora, chi ci conosce sa che quando io, papà e David siamo nella stessa stanza tendiamo a diventare un po’… frizzantini. Il vecchio, poi, non perde una battuta che sia una.
Serena e Valentina erano tutto uno sgranare d’occhi, il magico trio Della Rossa era in grande spolvero.
Mi ricordo i capelli biondo platino di Valentina e i tentativi disperati di Alessandra di metterci un freno. Impossibile.
Soprattutto ricordo il sorriso di Serena, tra il furbo e il soddisfatto.
Il sorriso di chi già allora la sapeva lunga.

Ecco, due ricordi separati per due persone che non ci sono più. Rimangono i loro sogni, però.

Il sogno di Yam vive nel Planet Bhaktapur, la casa di tutti gli italiani in Nepal, alla quale spero di tornare presto con Arianna, fosse solo per dare una mano.
Il sogno di Serena vive nella figlia di David e Valentina.

A noi, invece, restano i sorrisi.

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